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 2011  agosto 10 Mercoledì calendario

VITA DI CAVOUR - PUNTATA 152 - IL CONTE COSPIRA

Che cosa rispose Cavour?

Intanto Cavour aveva pratica di agenti segreti. Quando giocava in Borsa o speculava sul grano aveva bisogno di notizie, e le pagava. Da politico s’era costruito un suo servizio segreto personale, cosa che conosciamo poco nei dettagli, perché si trattava appunto di attività molto riservata. Ma, per esempio, sappiamo che Cavour aveva dato 250 lire a un’ex spia ungherese (un Polasky o Pollacky) perché gli portasse le prove dei maneggi segreti tra il barone Jocteau, ministro sardo a Berna, il cardinale Antonelli a Roma e padre Roohan. È rimasta traccia di una contessa Paola Rasini, « laide », che venne a offrire i propri servigi e però voleva che si desse al marito la croce di San Maurizio (con relativo assegno) e di applicarlo alla legazione sarda di Parigi. Cavour (« le Piémont n’a jamais été avare ni de son sang, ni de son argent ») non le diede troppo retta dato che la signora faceva già la spia per conto dei russi. Poi, Giovanni La Cecilia. S’era presentato al conte nel ‘54 proponendogli un movimento in Calabria. Cavour non aveva detto di no, lo aveva fatto espellere ufficialmente dal Regno e poi restare a Torino di nascosto. La Cecilia a un certo punto gli aveva scritto: « Pel presidente del Consiglio io non sono in Piemonte, ma pel Conte di Cavour, che stimo immensamente, non ho ragione di nasconderlo ». Adesso che il congresso era finito, che la rivoluzione risultava improbabile, che il versante insurrezionale poteva tornar utile e soprattutto che i patrioti avevano preso a guardarlo con occhi diversi...

...la porta per La Farina era spalancata… La lettera di La Farina diceva: « Io mi rivolgo alla S.V. come al Conte di Cavour, e Le chiedo ch’ella lealmente voglia dirmi: Noi non contrarieremo, e non daremo favore al principe Murat; ovvero il contrario. In questo caso a me personalmente non rimarrebbe che un favore da chiederle, quello di un passaporto per Parigi. Mi rivolgo ad un cavaliere, fo appello alla sua lealtà e sono persuaso che riceverò risposta quale da un cavaliere si deve attendere ». La risposta di Cavour fu questa: « Il conte di Cavour prega il sig. Giuseppe La Farina di volerlo onorare d’una visita domani, 12 settembre, in casa sua, via dell’Arcivescovado, alle ore 6 del mattino, e gli presenta nel tempo stesso i suoi complimenti ». Si data in genere da questo giorno - 12 settembre 1856 - l’inizio del flirt tra Cavour e i rivoluzionari. La Farina si presentò in via dell’Arcivescovado alle 6 di mattina, passando di fianco al palazzo per una scaletta che portava direttamente nella camera da letto del conte. Bisognava che nessuno lo vedesse. Secondo il racconto di molti anni dopo dello stesso La Farina, Cavour disse: « Ho fede che l’Italia diverrà uno Stato solo e che avrà Roma per sua capitale; ma ignoro s’essa sia disposta a questa grande trasformazione, non conoscendo punto le altre province dell’Italia. Sono ministro del re di Sardegna, e non posso, né debbo dire o far cosa che comprometta avanti tempo la dinastia. Se gli italiani si mostreranno maturi per l’unità, io ho speranza che l’opportunità non si faccia lungamente attendere; ma badi che de’ miei amici politici nessuno crede alla possibilità dell’impresa, e che il suo avvicinamento mi comprometterebbe e comprometterebbe la causa che propugniamo ». A questo punto deve esserci stato un sorriso. « Venga da me quando vuole, ma pria di giorno, e che nessuno lo veda e che nessuno lo sappia. Se sarò interrogato in Parlamento o dalla diplomazia lo rinnegherò come Pietro e dirò: non lo conosco ».

La Farina chiese ancora i passaporti?

No, andava a trovare Cavour ogni mattina, sempre prima dell’alba, e sempre per quella scaletta che lo portava in camera da letto. Nessuno sospettò mai nulla. Il cospiratore Cavour lasciò quindi che Mazzini e i suoi tentassero il colpo in Lunigiana (era la quarta volta). Andò male, e la polizia toscana restò stupita che tra quegli esagitati vi fossero uomini che fino a quel momento aveva giudicato moderati. Come accadeva sempre, parlarono tutti e ammisero che Torino era d’accordo. Cavour smentiva, ma le cancellerie europee s’allarmarono parecchio. Il conte non era un uomo d’ordine? Che gli era saltato per la testa?

Cioè non gli pareva impossibile che si fosse fatto rivoluzionario.

La massima allerta era naturalmente scattata a Vienna, dove era già stato giudicato gravissimo il discorso pronunciato da Cavour a maggio, quando aveva riferito in Parlamento sul congresso di Parigi. Persino il vecchio Metternich era esploso, « ce dédale d’iniquité, d’accusations calomnieuses et d’insolence raffinée ". Buol scrisse a Firenze, Roma, Napoli e Modena che la pretesa piemontese di erigersi a protettore degli interessi italiani era destituita di fondamento. Gli inglesi tentavano in ogni modo di metter pace, proprio il contrario di quello a cui mirava Cavour. Era strano, se ci pensa, che fosse proprio l’Inghilterra a premere per una qualche riconciliazione, dato che con l’Austria stavano in genere i papisti, e i mangiapreti erano naturalmente amici di Londra. Ma il congresso di Parigi aveva rimescolato le carte in un certo modo che andava ancora capito. Le ho già accennato la cosa: Francia-Russia da una parte, Inghilterra-Austria dall’altra.