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 2011  agosto 09 Martedì calendario

VITA DI CAVOUR - PUNTATA 151 - L’ITALIA UNITA? UNA CORBELLERIA

Questo accadeva prima del congresso. E dopo il congresso?

C’è anche un «durante il congresso». Durante il congresso Cavour aveva incontrato almeno due volte Daniele Manin. Un Manin « molto benevolo al Piemonte cui intende servire a modo suo ». Il 12 aprile ne scrisse a Rattazzi: « Ho avuto una lunga conferenza con Manin. È sempre un po’ utopista; non ha dismessa l’idea di una guerra schiettamente popolare; crede all’efficacia della stampa in tempi procellosi; vuole l’unità d’Italia ed altre corbellerie; ma nullameno venendo al caso pratico se ne potrebbe trar partito ».

Definisce l’unità d’Italia una corbelleria?

Già. Il conte Oldofredi, incontrato Manin, aveva scritto a Cavour: « Egli [cioè Manin] mi ha detto sul serio che se il Re Vittorio Emanuele diventa Re di tutta l’Italia, allora sarà con lui. Gli ho osservato che quando fossi Re di tutta l’Italia, non avrei più bisogno dell’altrui concorso. Allora die’ libero sfogo a tutta la sua poesia politica: sostenne che l’Italia dev’essere una poco importandogli se repubblicana o monarchica; dichiarò che avrebbe combattuto fino alla morte un Regno dell’Alta Italia, perché sarebbe un gravissimo inciampo a questa unità. - L’argomentazione la più ovvia non valse a persuaderlo del contrario. Non trattasi, dissi, di sapere ciò che desidera il Piemonte, ma bensì ciò che può ottenere: certo non domanderebbe nulla di meglio che il Re Vittorio fosse Re di tutta la penisola; ma lo può esso? e se non lo può, deve perdere tutto piuttostoché avere una parte? Se l’Italia fosse costituita in tre Regni federati non avrebbe già fatto un gran passo? No, mi rispose; la federazione sarebbe la guerra civile e quindi l’intervento straniero . [...] Se no, noi libereremo la patria colla rivoluzione. È inutile che mi perda a confutare questa politica da berretta da notte: non fate calcolo su questa gente che sogna in pieno meriggio ». Le «corbellerie» di Cavour qui corrispondono alla «politica da berretta da notte» di Oldofredi. Del resto la cosa importante ai nostri fini è che col suo enorme prestigio Manin avesse indicato nel Piemonte l’unica guida possibile del movimento. E che avesse rotto, anche lui, con Mazzini. Manin sommergeva la stampa inglese di lettere, che in Italia venivano tradotte dal «Diritto» (secondo Emanuele d’Azeglio c’era, in questo, anche parecchio esibizionismo). In una di queste, diretta al «Times», diceva: « V’è un grande nemico d’Italia, che il partito nazionale dovrebbe combattere senza posa e senza misericordia, ed in questa lotta sarebbe confortato e secondato dall’approvazione, dall’applauso di tutta l’Europa civile. Questo grande nemico d’Italia è la dottrina dell’assassinio politico, o, in altri termini, la teoria del pugnale ». A Parma Mazzini aveva appena fatto pugnalare, per strada, Carlo III.

Come mai il Maestro si pigliava queste smentite senza dir niente?

Come, «senza dir niente»? Diceva, eccome. Chiamò Valerio e gli altri ex compagni che gli davano addosso «cadaveri che diplomatizzano». Fondò il Partito d’Azione. Fece dell’Azione la sua nuova ossessione, « l’azione fisica, diretta, insurrezionale », il partito repubblicano deve « salvare il paese dagli intrighi dinastici stranieri e domestici, assicurando a se stesso l’iniziativa », le popolazioni delle città sono con noi, l’indifferenza delle campagne un giorno sarà vinta, il Piemonte non interverrà che quando la rivoluzione sarà scoppiata, « una nostra vittoria insurrezionale sarebbe il cominciamento della guerra delle nazionalità », « queste cose non si provano, si sentono: per me sono assiomi » frase che denuncia quanto quell’anima di combattente avesse poi di femminile (e sveniva, infatti, ai colpi di fucile, come raccontò Brofferio). Durante la guerra di Crimea tifò per i russi, parendogli più probabile che alla sconfitta delle potenze occidentali seguisse l’agognato cataclisma universale. Finita la guerra, sentendo come pericolosissima la simpatia che nasceva verso Cavour e il Piemonte, passò per Parigi, si spostò in Svizzera, poi a Genova facendo persino una puntata a Torino. Cavour era informato. E lasciava correre.

Non erano stati diramati parecchi ordini di arresto contro di lui?

Sì, ma Cavour e Rattazzi fecero capire che bisognava lasciar stare. I mazziniani progettavano un’incursione in Lunigiana? Lasciate fare. Intermediari sussurrarono a Mazzini che lo si teneva d’occhio, ma che un fatto compiuto non sarebbe stato sgradito. Mazzini sentiva che quell’alleanza non dichiarata gli era potenzialmente nemica, e tuttavia come rinunciarvi? Nello stesso tempo Cavour teneva mano a certe manovre di Napoleone per mettere il figlio di Murat sul trono di Napoli. Anche questa era roba da cantine, società segrete e complotti. Complotti poi di cui erano a conoscenza tutti. Ferdinando, saputa la cosa, disse: «E facciamolo venire a Napoli questo Murat, ce ne andiamo a spasso per Toledo braccio a braccio...». Ma ai patrioti l’idea di consegnare Napoli ai francesi non andava giù. Il patriota La Farina, messinese, ministro dell’Istruzione e della Guerra nei governi rivoluzionari siciliani del ‘48-‘49, poi emigrato in Francia, poi emigrato a Torino dove era divenuto il capo della corrente filopiemontese del movimento, scrisse a Cavour per dirgli: no, Murat no.