Giorgio Dell’Arti, La Stampa 7/8/2011, 7 agosto 2011
VITA DI CAVOUR - PUNTATA 149 - LA VITTORIA DI PARIGI
Ecco dunque Cavour, di ritorno dal congresso di Parigi, arrivare a Torino...
Le propongo di consultare l’agenda del conte.
Esiste un’agenda del conte?
Esiste. Sto parlando delle cose da fare in quel maggio del ‘56. Parecchie cose.
Sentiamo.
Andare in Parlamento a spiegare Parigi. Resistere agli attacchi. Tenere in piedi il governo. Allacciare rapporti più stretti con i patrioti. Farsi cospiratore, vista l’insufficienza della diplomazia. Peggiorare i rapporti con l’Austria, possibilmente fino alla rottura definitiva, senza però mettere in allarme Francia e Inghilterra. Combinare il matrimonio del re con la principessa Mary. Una questione che avrebbe dovuto affrontare e che non affrontò: la salute. Era troppo spesso colto da febbri violente, che lo costringevano a letto per molti giorni. I mal di testa erano aumentati anche per l’improvviso esaurimento nervoso di Gustavo, convinto che fosse prossima la rovina finanziaria di casa. C’erano poi questioni minori, come il problema dei mobili di Madame de Solms che voleva trasferirsi ad Aix, ma senza pagare dazio (e lo invitava a casa sua, cosa all’epoca impossibile da equivocare, soprattutto trattandosi di Madame de Solms). Oppure il fallimento del Regio, che ebbe sulla sua vita una conseguenza capitale.
Sarei tentato di cominciare da questo matrimonio tra Vittorio Emanuele e la principessa Mary.
Invece bisogna dar conto innanzi tutto delle conseguenze di Parigi. Rientrato a Torino, il pomeriggio del 29 aprile Cavour va a Palazzo Reale e il re, all’apparenza molto contento, gli consegna il Collare dell’Annunziata, massima onorificenza sabauda, riservata a una schiera di non più di 20 eletti, che per questo solo fatto diventavano cugini del sovrano (e non pagavano più le tasse). Il Collare era talmente importante che al momento della morte la famiglia doveva restituirlo ai Savoia. A dire la verità, «è» talmente importante... I Savoia lo conferiscono ancora.
Forse il re non aveva capito bene quello che era successo a Parigi.
No, perché quando Cavour il giorno dopo andò in Parlamento si trovò circondato da una schiera di deputati che gli facevano le feste. Buffa gli disse che a Parigi s’era fatto una bella fama, e gli chiese di spiegare bene alla Camera l’andamento delle discussioni.
Cioè, a Torino non s’erano resi conto che il congresso era stato un fallimento.
Non lo pensavano perché era grandioso che il Piemonte avesse avuto diritto di parola al tavolo dei potenti, e quasi innalzandosi al loro stesso livello. Ed era inaudito che il rappresentante di un singolo stato italiano avesse potuto parlare a nome di tutta la Penisola. E quel singolo stato era il Regno di Sardegna! Che le aveva cantate al Papa e agli austriaci! Che importava, a quel punto, che non si fosse guadagnata neppure una spanna di territorio?
Guarda un po’.
Buffa preparò l’interpellanza e Cavour rispose. Era il 6 maggio 1856. Il conte - esaurita la parte relativa alle condizioni dell’alleanza e alle preoccupazioni delle potenze per l’eccessiva libertà della stampa in Belgio - richiamò l’attenzione sugli sforzi compiuti « onde attirare l’attenzione degli alleati e dell’Europa sulle condizioni d’Italia, e cercar modo di alleviare i mali che affliggono questa nazione ». L’Inghilterra s’era dimostrata più sensibile della Francia alla richiesta di ritirare dalla penisola le truppe straniere, ma le maggiori potenze avevano in ogni caso ammesso « essere necessario, non solo nell’interesse dell’Italia ma in un interesse europeo, di arrecare ai mali dell’Italia un qualche rimedio ». Il conte attaccò quindi l’Austria: « la politica dei due paesi è più lontana che mai dal mettersi d’accordo », « sono inconciliabili i princìpi dall’uno e dall’altro paese propugnati ». « La lite potrà essere lunga - concluse - l e peripezie saranno forse molte; ma noi, fidenti nella giustizia della nostra causa, aspettiamo con fiducia l’esito finale ». Al Senato Cavour si sentì lodare dal vecchio antagonista Massimo d’Azeglio, secondo il quale il discorso di Parigi era « un fatto dei più importanti della nostra epoca, e forse si potrebbe aggiungere uno dei più importanti della nostra storia ». Le parole di Cavour in parlamento avevano suscitato l’entusiasmo generale. Lo fermavano per strada. Lo applaudivano. A un tratto non era più il ministro che speculava sui grani, l’affamatore del popolo, ma una specie di eroe. «Il Fischietto», che l’aveva così maltrattato all’andata, adesso lo mostrava - e sia pure nella solita forma di una palletta nera e riccioluta - in braccio all’Italia che esclamava: questo ometto ha saputo parlare ardito in mio favore. Gli arrivarono riconoscimenti da ogni parte della penisola: messaggi, medaglie, pergamene, una quantità di manufatti a sua gloria realizzati e spediti di nascosto. Da Firenze un busto con la scritta dantesca scelta dal Salvagnoli «Colui che la difese a viso aperto», intendendosi naturalmente l’Italia. Indirizzi di ringraziamento dal Capponi, dal Ridolfi, dal Galeotti, dal Pantaleoni. « Un bello indirizzo a Cavour dagli italiani proscritti a Parigi », firmato Pietro Sterbini, Girolamo Ulloa e altri. Romeo dice: «Cavour era ormai Cavour» e ricorda la frase scritta da Costanza al figlio Emanuele, proprio quel 7 maggio, « Il est le drapeau maintenant ».