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 2011  agosto 06 Sabato calendario

VITA DI CAVOUR - PUNTATA 148 - LA SCONFITTA DI PARIGI

Insomma: un congresso vinto o un congresso perso?

Il congresso di Cavour s’era in definitiva basato su questa scommessa: che la questione italiana si potesse risolvere per via diplomatica, e restando all’interno della legalità stabilita nel 1815. Era quello che negavano democratici, mazziniani, patrioti. Il conte vide avvicinarsi la fine del congresso con una specie di panico. I giorni passavano e il Regno di Sardegna non otteneva nulla, nessuna potenza era disposta a fare il minimo sacrificio. Il Piemonte doveva accontentarsi di riconoscimenti verbali. A quanto pareva, quindi, la linea diplomatica non portava da nessuna parte. Contavano i risultati. E di risultati non ce n’erano.

Quindi congresso perso.

Congresso perso. Scrisse a Cibrario: «Non potevamo sperare che da un congresso nel quale l’Austria ha fatto la parte della mediatrice uscisse qualcosa di veramente utile per l’Italia. Se l’Austria fosse stata più condiscendente o la Francia più decisa, magari ne sarebbe risultata qualche misura palliativa, senza poi questo gran valore. Non abbiamo ottenuto neanche questo. Però l’ostinazione dell’Austria, la durezza del conte Buol hanno profondamente irritato l’imperatore e devono averlo convinto di quello che io ho avuto l’onore di ripetergli più volte e cioè che il problema italiano non ha a questo punto che una sola soluzione reale, efficace: il cannone». Scrisse anche a Rattazzi: « Che direbbe di mandare a Napoli il principe di Carignano? O, se a Napoli volessero un Murat, di mandarlo a Palermo? Qualche cosa bisogna fare. L’Italia non può rimanere nelle condizioni attuali. Napoleone ne è convinto e se la diplomazia fu impotente, ricorriamo a mezzi extralegali. Moderato d’opinioni, sono piuttosto favorevole ai mezzi estremi ed audaci. In questo secolo ritengo esser sovente l’audacia la miglior politica. Giovò a Napoleone, potrebbe giovare a noi ».

Avendo perso il congresso, Cavour s’andava facendo poco poco mazziniano.

Pensò di usare per un qualche colpo la legione anglo-italiana, quella formata a Torino da Hudson e in cui tutti volevano fare gli ufficiali. Poiché un bel gruppo di questi angloitaliani avevano progettato di varcare il Ticino e portare qualche sconquasso in Lombardia, li avevano trasferiti d’autorità a Malta. Ma adesso, da Malta, perché non potrebbero sbarcare in Sicilia e provocarvi una sommossa al termine della quale l’isola chiederebbe l’annessione al Regno di Sardegna? S’arrovellava intorno a questo e intorno ad altri progetti assurdi. A Torino avrebbe dovuto affrontare chi sa quali contestazioni. Diede ordine a Emanuele d’Azeglio di ripetere a Palmerston la frase: «Che volete? Dopo quello che il congresso ha fatto per l’Italia, i moderati come il signor Cavour non sperano che nella guerra generale. E gli uomini violenti in un cataclisma universale». Ci fu un altro colloquio con Clarendon: «Insomma, milord, da quello che è accaduto risulta che: primo, l’Austria è decisa a non concedere niente; secondo, l’Italia non deve aspettarsi più niente dalla diplomazia». Clarendon, seduto in poltrona, taceva. Cavour continuò: «Stando così le cose, la posizione del Piemonte è quanto mai difficile. Bisogna che o riallacciamo i rapporti con Vienna e con Roma, oppure che ci prepariamo a far la guerra all’Austria. Nel primo caso dovrei dimettermi per far posto a un governo di retrogradi. Nel secondo devo sapere se il mio modo di pensare contraddice il punto di vista del nostro miglior alleato, l’Inghilterra». Clarendon prese a grattarsi furiosamente il mento. Cavour aspettava. Finalmente rispose: «Avete ragione. Assolutamente ragione. Sì, non si potrebbe far diversamente. Solo: bisogna non dirlo».

Quindi gli inglesi non erano contrari a una guerra all’Austria...

Per ora non era contrario lord Clarendon. E Cavour interpretò le parole del diplomatico britannico come un appoggio. Disse: «La guerra non ci fa paura. Noi saremmo decisi a farla a oltranza, to the knife . Durerà poco, ma dovrete aiutarci per forza». «Certo, certo» rispose l’altro, «faremo questo di cuore e con la massima energia». «Con La Marmora, milord, con La Marmora daremo del filo da torcere all’Austria...». Clarendon continuava a dare assicurazioni, ripeteva «sì, certo, ne sono sicuro».

Non erano però dichiarazioni che si potessero divulgare, a quanto capisco.

E no. Cavour, prima di tornare a Torino e affrontare giornali e Parlamento, fece ancora un salto a Londra per esser certo dell’appoggio inglese. Si trattava inoltre di precisare il ruolo di questa legione anglo-italiana e di discutere le condizioni per un altro prestito da 30 milioni. S’immaginava che, rientrato La Marmora, avrebbero subito spedito un ultimatum all’Austria. Non potè poi vedere Palmerston per via di un lutto che aveva colpito la moglie, le era morto il figlio di primo letto lord Cowper. Però lo invitò a pranzo la regina, tutta presa in quel momento dalla bellezza delle navi inglesi che di lì a poco sarebbero sfilate in parata. Cavour dovette restare un altro paio di giorni per assistere a questa rivista. Si rimise infine sulla strada per Torino, sfinito nel corpo ed estenuato dall’amarezza nello spirito