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 2011  agosto 11 Giovedì calendario

IL “MAL FRANCESE” CHE CONTAGIA LE BANCHE EUROPEE

È un «mal francese» delle banche quello che ieri colpisce duro, durissimo, l’Europa. Ma se a Parigi i titoli creditizi vanno giù a picco sono i gruppi bancari di casa nostra, ancora una volta, che si allineano alla peggiore tendenza europea.

A innescare l’ondata di vendite sui titoli bancari francesi è principalmente Société Générale. La seconda banca d’Oltralpe, viene bersagliata poco dopo l’apertura del mercato da vendite a ripetizione, fino a perdere nel corso della seduta il 22%. Alla fine della giornata lascerà sul campo il 14,74%. Ma tutto il credito francese soffre: Bnp-Paribas perde il 9,47%, Credit Agricole, la banca degli agricoltori, l’11,81%.

Perché questo crollo repentino? Per cercare una risposta bisogna mettere in fila tre voci che, nella frenesia dei mercati si trasformano subito e senza alcuna cautela in fatti e innescano così le vendite.

Il primo è il timore di una riduzione del rating del debito sovrano di Parigi da parte delle tre maggiori agenzie di valutazione. Una prospettiva che - evocata probabilmente da mani interessate a innescare un movimento al ribasso - mette sotto pressione tutte le banche transalpine, che ovviamente hanno in portafoglio quote sostanziose del debito pubblico nazionale. Poi c’è la voce di un allungamento del «piano Grecia», secondo cui il rimborso parziale per i titoli pubblici verrebbe allungato di quattro anni: non più per quelli in scadenza fino al 2020, ma fino al 2024. Anche qui poche certezze, se non le parole del ministro delle Finanze di Atene secondo cui nella ristrutturazione potrebbero finire bond con una scadenza «leggermente più in là» rispetto a quella inizialmente prevista. Infine, unica voce che riguarda nello specifico SocGen, un articolo, pubblicato peraltro 72 ore prima dal Mail on Sunday, nel quale si dà conto della necessità di un «salvataggio» della banca francese con conseguente nazionalizzazione.

Tre voci e - forse - solo mezzo fatto, appunto la ristrutturazione del debito greco. Poco importa, per il resto, che le tre agenzie di rating smentiscano una riduzione del voto per la Francia, nè che il quotidiano britannico che vaticinava la fine di SocGen si scusi pubblicamente per la clamorosa topica, mentre la banca chiede all’Amf, la Consob francese, di aprire un’inchiesta. Il crollo è comunque assicurato.

L’ennesima botta sul settore bancario si schianta con gran fragore proprio sul mercato italiano. Sotto tiro ci sono nomi grandi e piccoli di piazza Affari, dove peraltro le banche «pesano» molto nella composizione dell’indice. Appena lunedì scorso, con il mercato sotto una valanga di vendite, alcuni operatori si consolavano con la prospettiva di un calo dei titoli industriali e di una frenata nel lunghissimo ribasso dei finanziari. Invece ieri IntesaSanpaolo perde addirittura il 13,72% dopo aver subito diversi stop e quota ieri 1,132 euro ossia il suo minimo storico. Anche l’altro gigante italiano, Unicredit scende del 9,37% e finisce sotto l’euro, a quota 0,967, mentre peggio fanno Ubi Banca (-10,17%) e Mps (-9,78%). Anche il Banco Popolare perde il 9,3% e Bpm l’8,9%. Difficile spiegare razionalmente che cosa si stia muovendo. In piazza Affari ch’è chi parla di «panic selling», vendite innescate ormai solamente dal panico. E nel movimento di massa degli investitori, che hanno ormai come unica priorità la fuga dal rischio, evidentemente le banche italiane vengono considerate come portatrici proprio di quel rischio. Di relativa consolazione il fatto che anche in Gran Bretagna e Germania alcuni dei maggiori gruppi creditizi vadano assai male: -8% Barclays, -7,7% Commerzbank

Ma a voler ben guardare anche il «mal francese» - che non a caso si chiama a Parigi «mal de Naples» - ha qualche radice italiana. Bnp e l’Agricole sono entrambe esposte in modo forte sull’Italia, visto che possiedono rispettivamente la Bnl e Cariparma, entrambi tra i primi dieci gruppi nazionali. E secondo i dati della Bri, la Banca dei regolamenti internazionali, gli istituti francesi hanno un’esposizione di 410 miliardi di euro verso l’Italia, cioè sono in secondi in classifica dopo le stesse banche italiane. Una posizione pesante alla luce dei timori per il debito sovrano dell’Italia.

Sul mercato pesano poi i timori per i tassi di rifinanziamento degli istituti europei: i tassi a cui le banche si prestano denaro fra di loro sono saliti di nuovo ai livelli della primavera 2009, quando ancora si sentivano gli effetti del crack Lehman Brothers. Secondo i dati dell’agenzia Bloomberg la scorsa settimana le banche europee hanno depositato 145 miliardi di euro presso la Bce, il dato più alto da un annoa questa parte. E allo stesso tempo la Bce vede aumentare l’entità dei suoi presiti al sistema bancario, che sempre la scorsa settimana è arrivata a 505 miliardi. E in luglio solo le banche italiane hanno preso in prestito dalla Bce 80,5 miliardi rispetto ai 41,3 miliardi del mese prima. Insomma, molti istituti preferiscono far approdare la loro liquidità nel porto sicuro della banca centrale invece che prestarla a qualche altro operatore. Ma nel frattempo, proprio perché il mercato interbancario è a secco le banche ricorrono per finanziarsi alla stessa Bce.