Giovanna Gabrielli, il Fatto Quotidiano 11/8/2011, 11 agosto 2011
IL FATTO DI IERI - 11 AGOSTO 1925
In una celebre lettera indirizzata a Casa Ricordi l’11 agosto 1925, Franco Alfano, il giovane compositore napoletano, al quale era toccata l’ardua impresa di consegnare alla storia il finale di Turandot, l’opera incompiuta di Puccini, morto improvvisamente l’anno prima, aveva così indicato la sua idea compositiva, “…un agitato musicale fremebondo, sonorissimo, con intercalare di trombe e cori, l’unico a tener desto il pubblico fino all’ultimo momento…”. Un accorgimento melodico carico di suspense, destinato ad accompagnare la svolta psicologica di Turandot, l’algida principessa cinese trasformata in femmina appassionata, apparso a molti come un’indebita manipolazione del credo pucciniano. In effetti l’inquietante storia della sanguinaria principessa di Pechino, dei suoi impossibili enigmi e dell’eroico principe Calaf, carica di implicazioni esotiche e psicanalitiche, poco ha a che fare con l’happy end di vago sapore hollywoodiano composto da Alfano, così distante dal contesto drammatico e straniante dell’opera. Attraversata da torbidi simbolismi e rimasta monca per mala sorte. Ma forse anche per una più sottile abdicazione del Maestro a immaginare un qualunque finale degno del mito di Turandot.