Alberto Negri, Il Sole 24 Ore 11/8/2011, 11 agosto 2011
LE SETTE VITE DI KHAMIS GHEDDAFI
Khamis, il figlio di Gheddafi, capo di una famigerata brigata d’assalto, è morto ed è resuscitato un paio di volte negli ultimi mesi, l’ultima qualche giorno fa, quando i ribelli di Bengasi, prontamente ripresi dalle televisioni arabe, avevano annunciato con clamore che era rimasto ucciso in un raid. Il regime di Tripoli ha poi smentito diffondendo le immagini del giovane - sempre che sia lui - mentre visita i feriti.
Nella guerra di Libia la deflagrazione della propaganda ha ormai superato il fragore delle bombe vere: ma è dall’inizio che nelle sabbie della Sirte, tra Cirenaica e Tripolitania, si sta assistendo a una sorta di collasso dell’informazione. Si è cominciato con il presidente francese Nicholas Sarkozy che ha accreditato la tesi della guerra "umanitaria" trascinando dalla sua parte un oscillante Barack Obama, che dopo avere abbracciato l’impegno militare si è poi pentito lasciando a terra i caccia americani.
Il tutto è stato reso possibile dalla cosiddetta "narrativa" della crisi libica, il termine con il quale gli esperti di comunicazione definiscono la vecchia e consunta propaganda di guerra. L’informazione sulla Libia, all’inizio, è stata dominata dal network arabo al-Jazeera, di proprietà dell’emiro del Qatar, un autocrate che si è fatto portabandiera della libertà nel mondo arabo.
È stata questa emittente a lanciare la storia della fosse comuni con diecimila morti e di cui naturalmente non esisteva traccia. Ma ancora più interessante è quello che i network non hanno mai trasmesso: ho fotografato 23 cadaveri di soldati di Gheddafi fulminati da un missile americano sul bordo di una strada, alla periferia di Agedabja. Nessuna di queste crude immagini è mai stata inviata nell’etere. Semplicemente non facevano comodo alla "narrativa" del conflitto.
L’ultimo esempio di informazione distorta è l’uccisione del generale Abdel Fattah Younis, sommariamente giustiziato con un raffica da un commando agli ordini di alcuni membri del Cnt di Bengasi. Il primo ministro Jalil ha convocato una conferenza stampa spergiurando che i colpevoli erano i sicari di Gheddafi, salvo poi doversi smentire. Adesso ha sciolto il Governo di transizione e ne prepara uno nuovo: ma neppure lui sa - o fa finta di sapere - che cosa succede a casa sua.
Nella brillante "narrativa" della guerra di Libia ci sono più bufale che notizie. L’impressione è di esser cascati di nuovo, come ai tempi di Bush e delle armi di distruzione di massa dell’Iraq, in una trappola dell’informazione scorretta e manipolata. Ci attendono, forse, nuove e sorprendenti "resurrezioni".