Giusi Fasano, Corriere della Sera 11/08/2011, 11 agosto 2011
LA MORTE DEL PIANISTA E QUEL CADAVERE DELLA BALLERINA SUL LETTO
Gli assegni li ha trovati la madre. Due. Compilati e intestati a Massimiliano per un totale di 50 mila euro, Banca di Roma. Erano dell’inizio del 2003, mai incassati. Perché? Quale spesa riguardavano? E poi perché conservarli? Eppure Massimiliano Lisini non era uno che se la passava bene. Quarantasette anni, pianista e candidato alle Comunali di Trieste del 2006 per la Lega Nord, per anni aveva tirato a campare con i soldi dell’affitto del negozio di sua madre, Mafalda Orel. Ogni tanto suonava in qualche locale, un passato da insegnante di musica e il sogno di diventare compositore. Soldi sempre pochi.
«A casa avrà lasciato una lettera d’addio» ipotizzarono i carabinieri la mattina del 17 luglio 2007 davanti al suo cadavere. Era in una Lancia Lybra dai finestrini sigillati e con il tubo di scappamento collegato all’abitacolo. Sdraiato al posto di guida, vestiti addosso, braccia sulle gambe e documenti in tasca. Ultimo scorcio di mondo: la collina del Santuario mariano di Monte Grisa, a pochi chilometri da Trieste. Un suicidio, pensarono tutti fin dal primo momento. Strano, però, che fosse reclinato anche il sedile del passeggero. Perché mai?
Due ore più tardi la scena si sposta nel suo appartamento triestino, per quell’ipotetica lettera d’addio. Roba di routine, tutt’al più un paio di paginette di verbale. E invece no. Da questo punto in poi, la storia di Massimiliano si complica sempre più, diventa un rebus che ancora oggi è irrisolto. Tanto complicato che per due volte il giudice delle indagini preliminari Raffaele Morvay si è rifiutato di chiudere le indagini, come chiedeva il pubblico ministero della procura di Trieste Giorgio Milillo. Quindi il giallo è quanto mai aperto.
Non c’erano lettere da suicida, a casa di Massimiliano. Sul letto, sotto una coperta, c’era il corpo senza vita e in avanzato stato di decomposizione di una donna, nuda. I carabinieri la identificarono in fretta. Era Andrea Dittmerova, una ceca di 22 anni che si guadagnava da vivere facendo la ballerina di night club, una famiglia di origini poverissime e un sogno: diventare veterinaria. Andrea, si scoprì, era da poco tempo ospite di Massimiliano, amica, forse fidanzata. Ma l’avvocato della sua famiglia, Luciano Sanpietro, giura di avere le prove per dimostrare che «in realtà i due non si conoscevano nemmeno». E allora com’è che il cadavere di Andrea era proprio a casa di Massimiliano? Quale pista seguire? Ce n’è una che è stata sempre esclusa, quella politica. Troppo pochi i 12 voti raccolti alle Comunali da quel pianista solitario e troppo pochi anche i contatti con i compagni di partito.
Gli accertamenti medico-legali dicono che la ballerina morì respirando gas metano quand’era probabilmente già stordita da una miscela di farmaci e droga. I fornelli della cucina erano stati lasciati aperti, porte e finestre sigillate da «una guarnizione che fungeva da isolante» scrive il pubblico ministero nella sua prima richiesta di archiviazione. La Procura indagò per mesi e alla fine concluse: lui ha ucciso lei e poi, per il rimorso, si è tolto la vita. Scrisse il pm: con «fortissima probabilità la morte della Dittmerova è riconducibile all’azione del Lisini», pur ammettendo che in questa storia c’è «una irrimediabile sicurezza: non si potrà mai sapere l’esatta dinamica dei fatti».
«Poniamo per un momento che sia vero e che mio figlio sia un assassino» si sforza di immaginare Mafalda Orel, convinta invece che suo figlio sia stato ucciso. «Ma io dico: se ammazzi una persona e poi vuoi toglierti la vita senza soffrire che senso ha andare a morire lontano con i gas di scarico della macchina?». A rigor di logica il discorso non fa una piega: «Allora potevi rimanere nella casa dell’omicidio e lasciarti morire col metano...» insiste la mamma di Massimiliano. Il suo avvocato, Giovanni Di Lullo, si oppose alla prima archiviazione con un’obiezione elementare: «Se si accusa una persona di essere un assassino quantomeno si controllano i suoi ultimi contatti telefonici». Cosa che la procura non aveva fatto. Così il gip rifiutò di accantonare il caso e ordinò quei controlli. Altri mesi di indagini, stavolta con i tabulati telefonici svelati. Ma ancora niente di decisivo, secondo i magistrati. Quindi: nuova richiesta di archiviazione. «Ma come?» protestò la signora Mafalda. «Si arriva alle utenze telefoniche e finisce tutto lì?» Altro giro di opposizione, altro no del gip: «Ci sono dettagli da approfondire, l’inchiesta non si chiude». E siamo ancora qui, sempre con la stessa domanda: è stato un omicidio-suicidio o un duplice omicidio?
La signora Mafalda giura che non mollerà «fino alla verità». Ma qual è la verità per una madre rimasta sola e che prima di Massimiliano aveva già perduto Alessandro, l’altro suo figlio morto suicida? Lei ipotizza il movente economico, scenari da racconto noir, addirittura pensa che sia stato un omicidio anche quello del figlio Alessandro. La disperazione autorizza tutto, si sa. Eppure il giudice Morvay ha rifiutato due volte di scrivere la parola fine per questa storia. E se questa donna vecchia e sola avesse ragione?
Giusi Fasano
PERSONAGGI E INTERPRETI
La ballerina – Andrea Dittmerova, 22enna originaria della Repubblica Ceca, lavorava come ballerina in un night club. Venne trovata morta a casa di Massimiliano Lesini: fu uccisa dall’inalazione del gas metano e il suo corpo era in stato di decomposizione
La vettura – La Lancia Lybra sul Monte Grisa, a pochi chilometri da Trieste, dove la mattina del 17 luglio 2007 fu trovato il corpo di Lesini. Un passato da insegnante di musica, l’uomo si manteneva facendo il pianista nei locali
La madre – Mafalda Orel, mamma di Massimiliano. La donna è convinta che il figlio non sia un assassino e che qualcuno lo abbia ucciso. In passato la Orel aveva già perso un altro figlio, Alessandro, morto suicida