Alessandro Oppes, il Fatto Quotidiano 10/8/2011, 10 agosto 2011
IL DERBY DEGLI ULTIMI
Ora ci misuriamo sullo “spread”. Che in fondo, per i più, non è che una fredda, quasi incomprensibile cifra. Ma, in origine, fu una gomitata. Quel colpo proibito, ben assestato, che Tassotti sferrò al naso di Luis Enrique nei quarti di finale dei Mondiali di calcio degli Stati Uniti, nel 1994. Gli spagnoli, sconfitti anche quella volta (erano ancora lontani i tempi della riscossa iberica) non ce l’hanno mai perdonata. Sbaglia chi pensa che i rapporti tra noi e loro siano idilliaci. Siamo simili, sì, ma fino a un certo punto. Amici, forse, ma non troppo. Nello sport come nell’economia, nella cultura o nella moda, sarebbe azzardato parlare di sana e leale competizione. Perché se c’è qualcosa che, negli ultimi decenni, ha viziato profondamente la relazione tra Italia e Spagna, è un sentimento di invidia latente, un complesso di inferiorità mai confessato. Da parte loro, ovvio. Un fenomeno che si spiega probabilmente con i ritardi accumulati da Madrid rispetto ai paesi dell’Europa avanzata nel quarantennio di dittatura franchista. È per questo che, una volta spentosi il Caudillo nell’autunno del 1975, si sono lanciati in una rincorsa all’impazzata in cui ogni successo (e sono stati un’infinità) viene vissuto come una rivincita. Perché si confrontano con noi? Perché siamo l’anello più debole del plotone di testa della Ue, l’unico – in termini ragionevoli – raggiungibile.
SCENA memorabile quella della vigilia di Natale del 2007. Ancora ignaro del disastro che ormai era alle porte, José Luis Rodriguez Zapatero entra nel salone del Consiglio dei ministri, al palazzo della Moncloa, per i tradizionali auguri di fine anno alla stampa estera. I giornalisti sono tanti, ma il premier ha voglia di parlare solo con noi, il piccolo gruppo di corrispondenti italiani. “Ricordate? Io l’avevo detto. Finalmente la previsione si è avverata”. Le agenzie avevano appena battuto la notizia del famoso “sorpasso”. Dati di Eurostat: la Spagna aveva scavalcato l’Italia quanto a reddito pro-capite. Tra i collaboratori del presidente, appena un paio di metri più in là, c’era chi non ci credeva. E ce lo confessavano quasi sottovoce per non rovinare la festa. Zapatero era incontenibile, tanto che arrivava a proclamare: “Ora è il momento di rincorrere Francia e Germania”. Quasi che l’ostacolo italiano fosse stato abbattuto per sempre. Sui giornali, a fare da grancassa, c’era chi sosteneva che sarebbe spettato a loro, e non a noi, un posto nel G8.
Quattro anni dopo, il derby continua, ma al ribasso. Da posizioni più scomode, per entrambi. E se si resta nel campo dei dati macroeconomici, è facile indicare che – ai punti – vince l’Italia. Che, nonostante le difficoltà, riesce ancora a dare l’impressione di un paese più stabile, meno fragile. Inutile soffermarsi sulla crescita dell’economia, che appare ancora una chimera sulle due sponde del Mediterraneo. Di questi tempi, si ragiona ancora in termini di frazioni di punto: +0,1 per cento del Pil per noi nel primo trimestre del 2011, e un altrettanto modesto +0,3 per cento per loro. Ma il vero guaio degli spagnoli, dal momento dell’esplosione della “burbuja”, la bolla immobiliare, è il livello di disoccupazione cresciuto all’impazzata e ancora difficile da controllare.
SE A FINE 2007 Zapatero, con il 7 per cento di senza lavoro, assicurava di poter puntare in tempi brevi sul “pieno impiego”, ora si ritrova con il 21 per cento di disoccupati (il doppio della media europea), mentre l’Italia, ferma all’8 per cento, sembra ormai lontana anni luce. Stesso discorso per i giovani che non riescono a trovare un impiego: quasi la metà del totale (45,7 per cento) in terra iberica, molti di meno (27,8) nel Belpaese.
Nell’ottusità del confronto nazionale a tutti i costi, a Madrid c’era chi sottolineava – fino a poco tempo fa, ma prima che entrambi i paesi entrassero nel mirino degli speculatori – una delle nostre debolezze strutturali: quella del disastroso rapporto tra debito pubblico e Pil (119 per cento) quasi doppio rispetto al loro 60,1 per cento. Inutile spiegare che, proprio per le dimensioni dell’economia italiana (un prodotto lordo di 1548,8 miliardi di euro, quasi il cinquanta per cento in più rispetto ai 1062,5 miliardi spagnoli), se cade il pesce più grosso anche il più piccolo è destinato a essere risucchiato senza scampo. Ma la rivalità è tale che, persino dove abbiamo un interesse comune e obiettivi che coincidono pienamente, loro ci tengono sempre a marcare la differenza. Prendiamo il nostro orgoglio patrio, la nostra seconda “bandiera”, il cavallino rampante della Ferrari: da quando alla guida della monoposto di Maranello c’è Fernando Alonso – uno dei loro eroi indiscussi – a sentire i telecronisti iberici, e a leggere sui giornali le cronache della Formula1, ogni passo falso della rossa è dovuto solo ed esclusivamente ad errori nostrani: i tecnici, i meccanici, i progettisti. Il pilota no, lui non c’entra niente.
Se c’è un’eccezione, in questo derby infinito, si chiama Valentino Rossi. Probabilmente è l’unico campione dello sport italiano al quale va l’ammirazione incondizionata degli spagnoli.
Persino ora, che il Dottore non attraversa uno dei suoi momenti migliori, continuano a elogiarlo, e ad attribuire i suoi magri risultati alle cattive prestazioni della moto. Noi, del resto, li ricambiamo in altri settori. Un solo esempio: il cinema. Se nessuno dubita della grandezza del loro regista più prestigioso, Pedro Almodovar, è anche vero che il premio Oscar è molto più amato in Italia che nel suo paese natale.
SPESSO, poi, il confronto si perde su beghe che rischiano di avere del ridicolo. Tipo quando gli spagnoli sostengono di avere un patrimonio culturale più corposo di quello
italiano (affidandosi alla classifica dei siti dell’Unesco, che comprende persino feste e tradizioni locali). In realtà, se volessero davvero marcare la differenza, basterebbe che ci spiegassero i passi da gigante fatti nel settore delle infrastrutture dalla fine della dittatura. Come quell’impressionante rete autostradale, che dai 387 chilometri del 1970 è arrivata agli attuali 12 mila, mentre la nostra è passata dai 3900 ai 6500 chilometri. Per non parlare, poi, del vero gioiello iberico: l’Alta velocità. La rete più estesa del continente, il doppio di quella italiana.