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 2011  agosto 09 Martedì calendario

GLI ALGORITMI DOMINANO GLI SCAMBI

La Sec mette sotto "torchio" il mondo degli high frequency trader. La Commissione di controllo sui mercati ha spedito l’invito a comparire a diversi di questi operatori super veloci. Il nome degli investitori flash non è stato rivelato. Certo, invece, è che si tratta delle prime conseguenze delle indagini avviate dopo il flash crash di Wall Street del 6 maggio 2010. Giorno in cui il tranquillo Dow Jones, in pochi minuti, perse mille punti per poi recuperarne 700 subito dopo. «Un crollo – fu la sentenza di Sec e Cftc – da un ordine algoritmico di vendita sull’E-Mini Future S&P500». Un "sell" artificiale che innescò una reazione a catena, e dove il trading elettronico di altri operatori diede vita a un vuoto di liquidità, amplificando il capitombolo.

Da allora i regulator americani hanno avviato una serie di indagini che, per l’appunto, stanno ora arrivando alle prime pratiche conseguenze. Ma non è solo repressione: proprio di recente, la Commissione presieduta da Mary Shapiro è riuscita a fare passi in avanti sul fronte della regolamentazione. L’obiettivo, com’è noto, era quello di riuscire a "tracciare" con più facilità i grandi trader attivi sull’high frequency trading: dalle banche agli hedge fund fino agli istituzionali che fanno proprietary trading.

Ebbene proprio a fine luglio scorso, dopo una lunga lotta con le lobby di settore, la Sec ha approvato una serie di misure destinate a imporre maggiore trasparenza agli operatori. Secondo le nuove norme, decise all’unanimità (cinque voti a favore e nessuno contro), è prevista una registrazione presso la Commissione stessa, che assegnerà un numero di identificazione. Gli operatori interessati dovranno poi conservare una traccia di tutte le loro operazioni. Già, le operazioni: ma quali i soggetti coinvolti? Le misure, è stata l’indicazione della Sec, saranno applicate ai soggetti le cui transazioni raggiungono almeno due milioni di azioni o 20 milioni di dollari di controvalore al giorno; oppure, al mese, 20 milioni di azioni o 200 milioni di dollari.

Insomma, appare chiaro che alla fine i regulator a stelle e strisce stanno perseguendo una doppia strada; da un lato individuare chi, dolosamente o meno, ha creato impasse ai mercati; dall’altro, avviare una stretta normativa per impedire che questi problemi possano ripetersi in futuro. Per quanto, infatti, i flash trader siano in calo (attualmente gestiscono il 53% degli scambi di Wall Street contro il 61% nel 2009), rimangono comunque attori importanti, di primo piano. Che danno non pochi problemi.

Gli operatori ultra-rapidi, infatti, possono per esempio amplificare i movimenti ribassisti. Sulla scia di un ordine di vendita, anche ingente, l’attività sul millisecondo potenzialmente dà difficoltà. Come? In generale simili investitori sono impostati in modo da mantenere un’esposizione netta vicino allo zero. A fronte di un «sell» ingente, l’esposizione può sbilanciarsi. Di conseguenza i software che li gestiscono esprimono migliaia d’ordini d’acquisto, tentando di incrociarli con quelli di altri trader ultra veloci. Ma senza trovarli. Il risultato? Una continua ricerca di stabilità, con volumi altissimi e scarsa liquidità, che porta gli asset nell’abisso. Fino a quando, a un livello molto basso, tornano gli acquisti.

Peraltro, al di là delle difficoltà di carattere "strutturale", va ricordato che gli high frequency trading spesso sono stati messi sotto accusa per operatività al limite della legalità. Diversi investitori "tradizionali" hanno accusato i trader flash di fare il cosiddetto front running. Cioè, grazie a software sofisticatissimi, "leggere" l’ordine di vendita di un’altro operatore e anticiparlo. Per, poi, riacquistare l’asset a prezzi più bassi. In un mercato che già crolla per meriti "propri", i watch-dog a stelle e strisce vogliono ridurre al più possibile tutti gli elementi d’instabilità.