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 2011  agosto 10 Mercoledì calendario

QUEL RISCHIO RECESSIONE CHE DEPRIME LE COMMODITY

La Federal Reserve ha detto basta (per ora) al quantitative easing. Si spiega solo così la brusca inversione del petrolio, che ieri sera ha cancellato ogni tentativo di rimbalzo, per arrendersi a chiudere ai minimi semestrali nel caso del Brent e da quasi undici mesi nel caso del Wti. Smontato l’alibi di nuove imminenti iniezioni di liquidità, il barile aveva poche giustificazioni per apprezzarsi: a differenza dell’oro, le materie prime soffrono quando l’economia globale si indebolisce, minacciando addirittura di ripiombare in recessione. E vengono evitate come la peste nei momenti in cui gli investitori fuggono dagli asset più rischiosi. È a ancora presto, ovviamente, per capire se il prezzo del barile proseguirà la discesa. Ma se i mercati petroliferi si convinceranno davvero di non poter più contare sul doping della Fed, allora la corsa del greggio potrebbe davvero perdere fiato. Regalando all’economia globale uno stimolo di tutto rispetto, in un periodo in cui i Governi e le Banche centrali sono a corto di munizioni nella guerra per difendere la crescita.

Benché l’Opec fatichi ad ammetterlo pubblicamente, il caro greggio fa male all’economia. E non solo perché alimenta l’inflazione. È evidente che all’origine della crisi attuale ci sia una pluralità di fattori, ma i grafici parlano chiaro. Come fanno notare gli analisti di Bank of America-Merrill Lynch, il Brent è rimasto sopra 100 dollari al barile per appena sei mesi nel 2008, prima che il mondo precipitasse in recessione. Ora sono sei mesi che non scende sotto quella soglia. E il costo dell’energia rappresenta quasi il 9% del Pil globale. Le ultime due volte in cui la bolletta petrolifera è stata così pesante, è stato in occasione della doppia recessione degli anni 80 e alla vigilia della crisi del 2008.

Rispetto al picco di 3,46 dollari al gallone raggiunto alla fine di aprile, la benzina al Nymex è calata ora intorno a 2,70 dollari a: se questo livello dovesse mantenersi, calcola Deutsche Bank, l’economia statunitense riceverebbe uno stimolo da 75 miliardi di dollari. Ogni centesimo in meno speso in benzina si traduce in un miliardo di dollari in più nelle tasche dei consumatori americani. L’effetto non è così poderoso per gli automobilisti europei – e per gli italiani in particolare – che per colpa delle tasse non riescono a beneficiare in pieno, né in tempi altrettanto rapidi, della discesa dei prezzi del greggio. Ma i carburanti, anche se gradualmente e in modo meno vistoso che oltre Oceano, finiranno col costare meno anche da noi. E le imprese, poco per volta, vedrebbero alleggerirsi uno dei maggiori elementi di tensione dei costi di produzione. Tutto ciò ammesso che le quotazioni del greggio scendano davvero. E che non sia ormai troppo tardi per arginare i danni alla crescita economica.