ETTORE LIVINI , la Repubblica 11/8/2011, 11 agosto 2011
COSÌ È CROLLATO IL MITO DELLE BANCHE INVINCIBILI "TROPPI BTP NEI FORZIERI" - MILANO
Piazza Affari soffre di mal di banca. I sintomi sono evidenti: da inizio anno il listino ha lasciato sul terreno il 27%. Ma il grosso del passivo è merito (si fa per dire) dei giganti del credito di casa nostra: a gennaio valevano in Borsa 77 miliardi di euro. Oggi si può comprarli tutti quanti a prezzi di saldo: 46 miliardi, grazie a un maxi-sconto di 31 miliardi (il 41%) bruciati sull´altare della crisi dei debiti sovrani. La Caporetto non ha risparmiato nessuno: Unicredit ha perso il 37%, il valore di IntesaSanpaolo è crollato da 30 a 18 miliardi. Ubi, Banco Popolare e Bpm hanno dimezzato la loro capitalizzazione.
I non addetti ai lavori hanno assistito alla débacle con un po´ di stupore. Tutto il mondo – dopo il caso Lehman – aveva cantato le lodi delle banche italiane, sfuggite alle sirene dei subprime parcheggiando con prudenza la loro liquidità in solidi Btp. Peccato che quella scelta, oggi, rischi di trasformarsi in un boomerang. «Inutile girarci attorno - assicura Pietro Giuliani, presidente e amministratore delegato di Azimut - il loro problema è l´esposizione sui titoli di stato». Più di 60 miliardi in portafoglio a IntesaSanpaolo, 40 in Unicredit. In tutto un tesoretto da 230 miliardi che rischia ora di trasformarsi in una bomba ad orologeria per i conti del sistema.
I motivi sono due: il primo è che la bufera sui mercati ha fatto crollare del 10% il valore di queste obbligazioni, una perdita che rischia prima o poi di dover essere contabilizzata a bilancio. Il secondo, più serio, è che più si allarga il differenziale di rendimento sui Bund tedeschi, più costoso è per le banche raccogliere sul mercato i soldi da girare a famiglie e imprese. Fino a poco tempo queste operazioni di rifinanziamento erano pure formalità che andavano in porto con interessi bassi. Oggi non è più così. Il Btp oltre il 5% ha alzato l´asticella. E molti dei finanziatori di una volta (specie i grandi fondi monetari anglosassoni) hanno chiuso i rubinetti. Non si fidano più dell´Italia e delle sue banche. E se prestano soldi, chiedono tassi altissimi. Morale: per non strapagare il denaro, i big dei nostri sportelli si rivolgono sempre più spesso alla Bce che ha garantito loro 31 miliardi in pochi mesi.
Tesoro e Banca d´Italia, come ovvio, gettano acqua sul fuoco. Certo gli istituti italiani soffrono di uno storico gap di redditività rispetto ai rivali europei. Ma - lo dicono anche gli analisti - sono sani, solidi e hanno superato senza problemi tutti gli stress test di questo mondo. «La capitalizzazione è adeguata, l´andamento dei ricavi è positivo e i margini di liquidità disponibili sono ampi», ha garantito la scorsa settimana il Comitato di stabilità.
Piazza Affari e la speculazione ci credono meno. Fanno di tutta l´erba un fascio e vendono tutto senza distinzioni. Un esempio? Gli aumenti di capitale chiesti (e ottenuti) al settore da Mario Draghi, prima di trasferirsi alla Bce sono già andati in fumo. Intesa ha raccolto sul mercato 5 miliardi, Mps 2,1, Banco Popolare 2 e Ubi 1. Ma è servito a poco. L´Orso si è già mangiato tutto questo ben di Dio e ci ha già aggiunto di suo un po´ interessi. E ormai le prime cinque banche italiane capitalizzano, tutte insieme, 48 miliardi, la metà di Hsbc, e non molto di più della sola Bnp Paribas (43 miliardi).
L´assurdo, fanno notare molti analisti, è che a guardare i conti del settore l´orizzonte parrebbe rosa: IntesaSanpaolo ha chiuso il primo semestre con 1,4 miliardi di utili (+29%) Unicredit li ha raddoppiati a 1,32. I profitti di sistema, sono tutti d´accordo, cresceranno quest´anno con percentuali a due cifre. Le banche, insomma, guadagnano. Chi ha i loro titoli in tasca (e perde a bocca di barile) spera che prima o poi se ne accorga anche la Borsa.