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 2011  agosto 10 Mercoledì calendario

AZIONI AD ALTA VOLATILITA’. BORSE, ECCO I SALDI DI AGOSTO

«Non si guarda più al colore della pelle». Tradotto, si vende e si acquista tutto. Per poi rivendere. Un broker ieri sdrammatizzava con un po’ di cinismo. Ma andare a rovistare tra i numeri delle ultime settimane è un po’ come muoversi tra le macerie. Finanziarie, certo. Ma sono soldi, risparmi e guadagni, persi forse per sempre. Con probabili effetti a catena sulle finanze di aziende e famiglie. Ma chi può dirlo per ora? Se la volatilità di questi giorni dovesse rappresentare un elettrocardiogramma il cuore non avrebbe di sicuro retto agli sbalzi. Tanto per fare un esempio: considerando il minimo toccato ieri dall’Enel a 3,74 euro e prendendo come riferimento la chiusura al 31 dicembre 2010 il titolo stava perdendo il 6,7%. A chiusura di mercati la performance negativa si era ridotta a -3,5%. Saipem stava perdendo il 31,5% e ha chiuso a -22,6. Luxottica è passata in poche ore da -21,6 a -15,6. Stessa storia sugli altri listini: la tedesca Basf ieri stava perdendo sui minimi il 21,4% ma ha chiuso a -12,7%. Bayerische Motoren Werke è addirittura passata in poche ore da una perdita del 21,1% dall’inizio dell’anno a un -0,4%. Deutsche Telekom da -7,6 a -2,4%. Nelle stesse ore di ieri Sanofi arrivava a perdere il 6% per poi rientrare sul -1,2%. Lvmh (Louis Vuitton Group) è passata da -16,7% a -9,7. Michelin da -16,7% a -8,5.
Chi ha vissuto le crisi del 2008 partita con i titoli tossici e il crac Lehman, quella post 11 settembre 2001, quella dello sboom della new economy 1.0 nel marzo del 2000 o, risalendo a ritroso, quella del ’92 lo ha già visto. Ma non c’è vaccino contro la volatilità. Si compra, si vende, poi si ricompra. Ultra-short. Tecnicamente circolano più raider che trader. Più avvoltoi che falchi. Sono sempre i numeri a dirlo, in particolare i volumi di acquisto e vendita. Unicredit in condizioni di mercato normale — psichicamente stabile — ha una media di 4-500 milioni di titoli passati di mano al giorno. Dalla crisi delle ultime settimane siamo passati a 600 milioni. Ieri e lunedì sono stati 800 milioni. Intesa Sanpaolo stessa storia: dai 250 milioni tradizionali si è saltati ai 420 milioni di ieri. Peggio ai 570 milioni di venerdì scorso. Con questi numeri l’impronta digitale è quella dei broker che acquistano, rivendono e riacquistano in giornata. Lecito, sia chiaro. Ma la sottile linea rossa che separa l’investitore professionale dallo speculatore viene oltrepassata spesso.
Cos’altro si legge dai numeri? Se si confrontano le macerie della Borsa di Milano, quella di Francoforte e quella parigina ciò che emerge asetticamente è che il caso Italia — se è mai esistito al di là della speculazione che aveva tentato la spallata puntando sull’indubbia confusione politica — non c’è più. Magra consolazione, sia chiaro. Ma almeno è tramontata l’irrazionale paura di essere sganciati dal treno dell’euro. Nel grafico abbiamo confrontato le performance (in questi casi un eufemismo che sta per «perdita netta») dei principali titoli per capitalizzazione delle tre piazze. I punti di riferimento sono due: la chiusura delle Borse al 31 dicembre 2010 e il 22 luglio scorso, giusto all’indomani del primo accordo importante a livello europeo sul rientro dei deficit. E a giudicare dalle perdite dall’inizio dell’anno a ieri e dal 22 luglio sempre a ieri il mercato non ha guardato il «colore della pelle». Milano, Parigi o Francoforte, alla fine le azioni delle principali società registrano le stesse perdite fino al 30% solo nelle ultime due settimane. Anzi. Andrebbe sottolineato che la capitalizzazione di Piazza Affari è inferiore e dunque, in termini assoluti, le altre Borse hanno anche perso di più.
Come nota Gianni Za di Augustum Opus Sim «i movimenti, tutti velocissimi, sono stati gli stessi. Per esempio negli ultimi giorni, a parte le banche che erano già state danneggiate, i sell off si sono concentrati su titoli ciclici. Segno che c’è paura di una nuova recessione. Fondi, sicav, mutual fund hanno liquidato le aziende industriali dove sono attese crescite più contenute rispetto a quanto atteso finora». D’altra parte dopo 8 sedute consecutive in calo non è certo una rondine che può fare primavera anche se la difesa strenua di quota 10.000 punti per il Dow Jones è sicuramente un segnale positivo.
«La confusione regna sovrana», sintetizza un altro trader. La sensazione è che anche chi era uscito nelle ultime settimane non si sia ancora ricoperto. In poche parole non c’è un ritorno stabile sul mercato anche se lo spread tra Btp decennali e Bund tedeschi ha abbandonato le soglie galattiche. Che sia stato uno stop loss o forse qualche guadagno anche gli investitori professionali stanno aspettando alla finestra. Chi opera lo fa intraday. E lo fa manualmente visto che con questa volatilità non si può lasciare tutto agli algoritmi e bisogna stare con gli occhi incollati agli schermi di Bloomberg.
Massimo Sideri