Armando Torno, Corriere della Sera 10/8/2011, 10 agosto 2011
Diogene di Sinope visse nel IV secolo prima di Cristo e resta il testimone più fascinoso della scuola filosofica dei cinici
Diogene di Sinope visse nel IV secolo prima di Cristo e resta il testimone più fascinoso della scuola filosofica dei cinici. Viveva in una botte e quando un giovinetto la fracassò gli ateniesi gliene regalarono un’altra. Vedendo un fanciullo che beveva con le mani, gettò la sua ciotola affermando di aver ricevuto una lezione. Si liberò anche della scodella, notando un ragazzo servirsi del concavo di un pezzo di pane. Di se stesso soleva dire che era senza città, senza patria, senza casa, mendico e ramingo. Quando incontrava Platone riusciva a punzecchiarlo ricordandogli, per esempio, che vedeva la tavola e il bicchiere, ma non le idee che li presiedono nei cieli, ovvero la tavolità o la bicchierità. Un celebre aneddoto, riportato da Diogene Laerzio nelle Vite dei filosofi (utilizziamo l’edizione Bompiani curata da Giovanni Reale), narra che girasse in pieno giorno con una lanterna accesa e a chi gliene domandava ragione rispondeva: «Cerco l’uomo». I filologi assicurano che scrisse 14 dialoghi e 7 tragedie, ma i soli frammenti certi ci giungono dalla sua Repubblica: in essa avrebbe difeso il cannibalismo, l’incesto e altre pratiche sociali scandalose. Propose gli «ossicini denaro» per impedire l’accumulo di ricchezza monetaria. Sappiamo inoltre che Diogene soleva compiere tutte le sue azioni pubblicamente, e quindi anche «le cose di Venere»; non si nascondeva perciò nemmeno per fare sesso. Una sua battuta? Interrogato quale fosse il tempo opportuno per le nozze, rispose: da giovani non ancora, da vecchi mai. Credeva in pochissime cose e viveva con meno di quello che necessita a un monaco. Alessandro Magno, invece, fu uno dei rarissimi uomini nella storia che potè a ragione sentirsi padrone del mondo, anche se morì a Babilonia nel 323 avanti Cristo, a 33 anni. Divenuto re ventenne dopo l’uccisione del padre Filippo di Macedonia, si sentì erede della civiltà greca ed ebbe la fortuna unica di avere come maestro Aristotele. Già da ragazzo si rivelò in grado di dominare i propri sensi. Sconfisse e occupò l’impero persiano, l’Egitto gli tributò il titolo di faraone e onori divini, ai suoi piedi ebbe l’Asia Minore, l’attuale Pakistan, l’Afghanistan e l’India settentrionale. Assimilato ad Achille, da cui vantava una discendenza, Plutarco nelle sue Vite ne sottolinea l’origine celeste. Bello, intelligente, potentissimo, mitico oltre che genio militare. Ricorda ancora Plutarco — utilizziamo le Vite parallele curate da Carlo Carena, Einaudi — che Lisippo fu «l’unico sculture da lui ritenuto degno di ritrarlo». Riusciva a riprenderlo anche quando piegava il collo, che tendeva a inclinarsi a sinistra; e non tradiva quei suoi occhi, «che erano umidi». Invece il pittore Apelle, che lo rappresentò con un fulmine in mano, «non riprodusse fedelmente il colore della sua pelle, che fece troppo bruna e scura». D’altra parte, il filosofo e compositore Aristosseno testimonia nelle sue memorie che l’epidermide di Alessandro emanava fragranza e «il suo alito era profumato, come tutta la sua carne, tanto che le tuniche leggere che portava ne rimanevano impregnate». Offriva banchetti splendidi e costosi, ma un giorno decise di fissare il tetto di spesa: «Diecimila dracme per volta». Ebbe tutto. Poteva tutto. Difficile immaginare due uomini più distanti di Diogene e Alessandro. Eppure si incontrarono diverse volte, se dovessimo prestare fede a quanto scrive il Laerzio. E non si scontrarono, anzi. Un loro dialogo vale più di tante filosofie e lo riferiamo con le parole di Plutarco: «Alessandro andò da Diogene. Lo trovò sdraiato al sole. Diogene, all’udire tanta gente che veniva verso di lui, si sollevò un poco da terra e guardò in volto Alessandro; questi lo salutò affettuosamente e gli domandò se aveva bisogno di qualcosa, che potesse fare per lui. "Scostati un poco dal sole", rispose il filosofo». Insomma, non farmi ombra. Il discorso prosegue: «Dicono che Alessandro fu molto colpito e ammirato dalla fierezza e dalla grandezza di quell’uomo. Al ripartire, mentre intorno a lui la gente derideva Diogene e se ne faceva beffe, egli disse: "Io invece se non fossi Alessandro vorrei essere Diogene"». Filosofi e potenti siffatti erano parte del miracolo greco, poi scomparvero. Seppero abbracciarsi in quell’occasione per l’eternità; quindi le loro vite, com’era giusto, si consumarono lontane. Uno degli ordini di Diogene morente fu di gettarlo insepolto affinché le bestie potessero cibarsi di lui; Alessandro, invece, ebbe onori degni di un dio. Augusto, riferisce Svetonio, rese omaggio al suo sarcofago: lo fece estrarre per osservare il corpo attraverso il vetro, lo fissò a lungo. Pose poi sul coperchio trasparente una corona d’oro e vi sparse dei fiori. In segno di venerazione. Armando Torno