Corriere della Sera 10/8/2011, 10 agosto 2011
MILANO —
L’austerity come strumento di consenso elettorale: in tempi di tagli e strette fiscali draconiane, mentre si allunga la fila dei Paesi alle prese con problemi di cassa e manovre fatte di lacrime e sangue, tre economisti italiani ribaltano un diffuso luogo comune sulle presunte conseguenze per i governi delle sforbiciate in bilancio. Uno studio pubblicato lo scorso anno da Alberto Alesina (Harvard), Dorian Carloni (Uc Berkeley) e Giampaolo Lecce (New York University) punta i riflettori sulle ricadute elettorali dei grandi aggiustamenti fiscali — ovvero le manovre superiori all’1,5% del prodotto interno lordo — nei 19 Paesi Ocse negli ultimi trent’anni. E il risultato rovescia il pensiero comune sulla punizione alle urne che risulterebbe dai sostanziosi interventi di riduzione del deficit. I tre economisti non hanno trovato prove che questi ultimi segnino la strada per la sconfitta elettorale. Anzi, «c’è qualche evidenza che i governi disinvolti tendano a perdere le elezioni più della media». I governi che decidono di stringere la cinghia per ridurre la zavorra del deficit, però, dovranno fare attenzione a puntare sui tagli nella spesa pubblica invece di mettere le mani nelle tasche dei cittadini: utilizzare la leva dell’aumento delle tasse, infatti, mette a rischio una futura rielezione; invece, «se l’aggiustamento si basa su tagli nei trasferimenti e negli stipendi governativi è meno probabile un cambio di governo». Vi sono poi i soliti noti, i dati tramandati dalla «saggezza convenzionale» e confermati dallo studio: una variabile rilevante risulta essere l’inflazione, alla quale gli elettori sono particolarmente avversi. Di converso, un aumento nel tasso di crescita del Pil riduce le probabilità di un cambio di governo, mentre una crescita della disoccupazione aumenta le probabilità di un avvicendamento.