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 2011  agosto 09 Martedì calendario

CASO BATTISTI UNA FAVOLA PER ADULTI

un vero peccato che questo libro di Giuliano Turone ( Il caso Battisti , Garzanti, 180 pag., euro 16,60) compaia quando l’affaire si è ormai chiuso. Non avrebbe cambiato nulla, ma si sarebbe aggiunta una voce moderata e soprattutto documentata. Non il militante, non il portatore di un lutto, non l’intellettuale «engagé» e narciso. Ma il sereno tecnico del processo che umilmente si chiude negli archivi del tribunale di Milano e compulsa i 53 «tremendi» faldoni dei processi per rispondere alla domanda più semplice: Battisti, un terrorista omicida o un perseguitato politico?

Sarebbe banale anticipare qui la risposta con un semplicistico «sì» e «no» perché si tratta di un’attentissima analisi di prove e testimonianze in grado di smontare qualunque sospetto di teorema. E Turone da questo punto di vista è una garanzia assoluta: per anni giudice istruttore a Milano, insieme a Gherardo Colombo ha scoperto la P2, ed è dunque abituato ad annusare e disinnescare i complotti. Nell’inchiesta uno solo è il pentito, Pietro Mutti, ma quasi tutti i componenti della banda si sono dissociati rilasciando ampie e convergenti confessioni che hanno permesso di ricostruire i quattro omicidi dei Pac (Proletari armati per il comunismo) e il ruolo di ciascuno a cominciare da Battisti, non capo ma solerte militante e per due volte killer. Le corti hanno condannato, la Cassazione ha confermato. E dunque perché una vicenda processuale così chiara e una serie di dibattimenti pacati, dialoganti e collaborativi sono diventati un caso? La risposta è che non si discuteva di fatti storici, ma di miti, leggende, pregiudizi.

Ne accenniamo qualcuno. Che Battisti era stato condannato per due omicidi avvenuti contemporaneamente a Mestre e Milano. Vero, ma nell’uno come esecutore materiale, nell’altro per concorso morale. Che il concorso morale non esiste nell’ordinamento francese e brasiliano. Falso, c’è in tutti e due. Che le accuse dei pentiti ottenute in cambio di sconti di pena non sono valide. Ma la Francia ha usato lo stesso metodo: i membri di Action Directe (l’unico gruppo terroristico francese) sono stati condannati sulla parola della pentita Frédérique Germain, ampiamente ricompensata. Che in Italia durante gli anni di piombo sono stati istituiti tribunali militari contro i militanti dell’estrema sinistra. Falso, ovviamente, ma non solo: mentre in Italia i terroristi sono stati giudicati da corti ordinarie, in Francia vennero istituiti una procura e un tribunale speciale per i reati di terrorismo.

Com’è possibile che una simile congerie di sciocchezze abbia prodotto il «caso» Battisti? Se da una parte la magistratura francese ha smontato punto per punto il castello di carte false (l’estradizione è stata concessa dai giudici in tutti i gradi di giudizio) e persino la Corte Europea, solitamente così severa con la giustizia italiana, ha riconosciuto la regolarità dei processi, dall’altro si è arrivati al culmine del grottesco quando il borioso sindaco socialista di Parigi Bertrand Delanoë ha conferito a Battisti la cittadinanza onoraria e il surreale ministro della Giustizia brasiliano Tarso Genro ha accordato al terrorista lo statuto di rifugiato politico.

Ma perché? Una delle spiegazioni l’ha data qualche giorno fa in un’intervista a Repubblica Fred Vargas, oggi la più nota giallista francese che di Battisti è stata molto più che la musa ispiratrice (oltre che la finanziatrice della fuga in Brasile e della latitanza). La signora parlando del suo nuovo giallo (che nulla a che fare con Battisti del quale la signora non vuole più parlare) ha teorizzato il successo del genere «favole per adulti». E quale copione era più perfetto della vita stessa di Battisti? Un criminale diventato terrorista, belloccio e maledetto, evaso da un supercarcere, in fuga in Messico, approdato a Paris, meta di tutti i perseguitati del mondo, che diventa scrittore di gialli a sua volta maledetti (e di scarso successo) ma conserva la sua carica di autenticità proletaria sbarcando il lunario come portinaio in un vecchio stabile dell’XI arrondissement.

Una vera «favola» che la Vargas ha trasformato in «caso» attraverso il pamphlet di denuncia ( La vérité sur Cesare Battisti ) trasfigurazione militante di Dernières cartouches , la fiction in cui l’ex terrorista divenuto scrittore aveva rielaborato la storia dei Pac: un giallone tenebroso che termina con la sua fuga dall’Italia inseguito dai rastrellamenti dei militari che arrestano 60 mila attivisti di sinistra. Una favola per adulti, molto amara per l’Italia che ha visto la sua storia e il suo dolore trasformati in una caricatura: un Paese parafascista, in cui gli estremisti di destra mettono bombe sempre impuniti mentre polizia e carabinieri si accaniscono solo contro i giovani resistenti di sinistra. Una caricatura in cui tutti si perdono, Battisti compreso, visto che alla fine è arrivato a parodiare se stesso strillando contro i «giudici comunisti» come un Berlusconi qualunque.

L’ultimo paradosso è relativo alla cosiddetta «dottrina Mitterrand», da sempre usata dai rifugiati come scudo contro ogni richiesta di estradizione. Ebbene, come spiega Jean Musitelli, che fu consigliere del Presidente socialista all’Eliseo, in un volume curato da Marc Lazar ( Il libro degli anni di piombo , Rizzoli, 484 pag., 22 euro), nel respingere il ricorso di Battisti contro la sentenza della Corte d’Appello di Parigi favorevole all’estradizione il Consiglio di Stato ha motivato il no proprio con la dottrina Mitterrand, non applicabile «agli individui riconosciuti colpevoli dei delitti di sangue». In altre parole: Battisti e i suoi difensori (principi del foro di Parigi pagati da Fred Vargas, non gli avvocati militanti che l’avevano difeso in Italia) erano così immersi nella loro favola da credere alla versione mitizzata della dottrina Mitterrand. Purtroppo ci ha creduto per anni anche l’Italia che ha sempre considerato quella dottrina una barriera alle estradizioni ed era invece la leva con la quale farsi valere.

In conclusione le buone ragioni giuridiche italiane e persino dei suoi processi condotti - diciamo così - in emergenza sono dunque state riconosciute a ogni livello, compresa la Corte Suprema brasiliana. Ciò che non è stato riconosciuto è la legittimità democratica della storia italiana, il governo, tutti i governi degli ultimi vent’anni non hanno fatto diventare il caso un primario interesse nazionale: il dossier Battisti è rimasto a lungo dimenticato. Ripescarlo dopo tanti anni ha trasmesso ancora una volta l’idea che nel nostro Paese la giustizia viene usata per regolare i conti. Ed è così che l’Italia ha perso la partita con se stessa.