Ilaria Maria Sala, La Stampa 9/8/2011, 9 agosto 2011
L’AVANZATA DI CINAFRICA NEL SUD SUDAN
Appena un mese dopo la creazione del Sudan del Sud, ecco che Pechino manda già un inviato di prestigio, Yang Jiechi, il Ministro degli Affari Esteri, accorso a promettere sostegno ed amicizia non più ad uno, ma a due Sudan. La relazione che Pechino ha stretto con Karthoum, e ora con Juba, è infatti considerata di importanza strategica per il gigante asiatico, che non ha mai smesso di comprare petrolio dal Sudan anche nei momenti in cui il resto della comunità internazionale voleva mettere al bando il regime di Omar al-Bashir. Pechino dipende dal Sudan per un sesto delle sue importazioni di greggio.
La visita avviene proprio pochi giorni dopo che Karthoum ha sbloccato un carico di 600 mila barili di petrolio provenienti dal Sud Sudan e diretto in Cina – uno dei poli di discordia fra le due capitali sudanesi, visto che, se molti dei giacimenti si trovano nel neonato Sud, questo non ha sbocchi sul mare o raffinerie che gli consentano di esportare il greggio senza il benestare del Sudan. Il quale, però, richiede una tassa di 32 dollari al barile per far transitare il petrolio, considerata troppo alta dal Sud Sudan che rifiuta di pagarla e che si è rivolto all’Unione Africana.
In un tale contesto di tensioni, arriva Yang per una visita di due giorni. A conclusione della prima giornata, ha dichiarato che la Cina «non modificherà la sua politica di sviluppare l’amicizia con il Sudan a prescindere dalle evoluzioni interne e regionali», adattando all’occasione quella politica dell’evitare ogni «interferenza» negli affari di un’altra nazione tanto cara a Pechino in ogni frangente scomodo. E la situazione appare delicata, dato che le prime dichiarazioni rientrano in un linguaggio talmente diplomatico da non voler dire un granché: «Speriamo che le due parti (il Sudan e il Sud Sudan) si impegnino per la pace e per la stabilità, e che aderiscano con fermezza all’opzione pacifica», ha detto Yang. Del resto, anche riguardo alla spinosa questione del Darfur, non ha voluto essere trascinato in nessun tipo di discussione più complessa, limitandosi a osservare che «i problemi del Darfur sono di sviluppo», che possono dunque essere risolti tramite dei progetti volti a ridurre la povertà che creeranno le condizioni per la «coesistenza pacifica fra le diverse tribù».
Per Omar al-Bashir Pechino è sempre stato un alleato fedele, indifferente alle accuse di abusi dei diritti umani e disposto ad elargire aiuti e prestiti senza condizioni di natura politica né umanitaria. Mentre gli Usa impongono pesanti sanzioni al Sudan dal 1997, Pechino si è sempre rifiutata di fare altrettanto. Un comportamento che ha attirato la condanna di alcuni gruppi umanitari e governi. Il commercio fra Pechino e il continente africano per l’anno in corso è stimato a 110 miliardi di dollari americani.
Durante la missione di Yang, Pechino ha promesso a Karthoum un prestito di 15 milioni di dollari senza interessi. Ma da quando la separazione fra i due paesi sudanesi si è resa evidente, la Cina si è impegnata a tessere buone relazioni con entrambi, ed ha mostrato l’intenzione di aiutare il Sud Sudan a costruire le infrastrutture di cui necessita per poter continuare a sfruttare i giacimenti di petrolio, anche senza l’aiuto di Karthoum.