9 agosto 2011
La grande corsa all’oro - 1) Il valore è legato al dollaro e dunque cala con la valuta Usa Un bene rifugio che però non ripara dai cali del dollaro
La grande corsa all’oro - 1) Il valore è legato al dollaro e dunque cala con la valuta Usa Un bene rifugio che però non ripara dai cali del dollaro. Le quotazioni del metallo prezioso sono comunemente espresse nella valuta americana. L’acquisto di oro, per noi europei, significa quindi un’esposizione al rischio cambio, vale a dire alla fluttuazione del biglietto verde sul mercato delle valute. Di fatto chi ha acquistato oro un anno fa, non si ritrova automaticamente con il boom dell’oro in portafoglio. Questo perché nello stesso arco di tempo c’è stato anche la marcia indietro del dollaro, sceso sui listini. E all’orizzonte potrebbero esserci altri ribassi della valuta Usa. La Fed potrebbe infatti decidere un altro piano di allentamento monetario (Qe), il terzo. Il che porterebbe altri cali per il dollaro. 2) Per chi vende il prezzo non sempre è chiaro Alla fine va tolto un 3% Lingotti e monete d’oro possono essere un riparo. A patto che non si dimentichi di guardare ai prezzi applicati al momento della vendita. Rivendere Marenghi e Sterline d’oro non significa spuntare lo stesso valore di mercato corrente. Il prezzo lo fa infatti l’intermediario e dunque di solito applica un prezzo più basso di quello di quotazione. Significa che alla vendita viene applicata una decurtazione che è intorno al 3-4% del valore del metallo prezioso. In altre parole significa che chi acquista oro sotto forma di lingotti o monete deve essere certo di una salita delle quotazioni sopra al 3%. Con i balzi di questi giorni può sembrare poca cosa, ma non va dimenticato che l’oro è ai massimi e che chi compra adesso potrebbe essere già arrivato tardi. 3) Volano in Borsa Cautela con i fondi che ci investono Le società aurifere sono tra le poche salite in Borsa nelle ultime settimane. L’indice di New York che le raccoglie, da inizio anno guadagna oltre il 20%. La strada più semplice per puntare sul rialzo dell’oro potrebbe essere quindi quella di scegliere i fondi comuni d’investimento dedicati al settore delle materie prime o dei metalli preziosi. Questi fondi non sono però concentrati soltanto sulle aziende dell’oro. E’ bene quindi cercare di capire quali sono le posizioni più importanti su cui è investito il fondo. Per fare un esempio, incappare in portafogli con forti quote in società di estrazione focalizzate sul petrolio potrebbe significare brutte sorprese. Il barile (Wti), dal suo massimo di inizio maggio, ha perso ben il 30%. 4) I prodotti quotati non sempre hanno l’oro per sottostante Sono di gran moda tra gli investitori. I fondi quotati (Etf ed Etc) hanno conquistato le simpatie di molti. Pochi sanno però che non tutti hanno per sottostante l’oro in lingotti. La categoria si divide infatti in Etf fisici, che quindi hanno per sottostante tonnellate di metallo prezioso realmente custodite nei caveau di una banca depositaria. Ci sono poi gli Etf sintetici, questi hanno al loro interno altri strumenti finanziari e non il metallo vero e proprio. Tra gli strumenti che hanno in pancia ci sono, per esempio, i contratti futures sull’oro. Significa quindi che sono più esposti alle fluttuazioni del mercato e dunque risentono delle pressioni sui listini. In più non mettono del tutto al riparo da un eventuale fallimento dell’emittente. L’italiano che lo estrae: “La speculazione? In realtà ci danneggia” Una corsa dei prezzi dettata da ragioni puramente speculative, dice Giuseppe Colaiacovo. Quarantacinque anni, rampollo di una famiglia di cementieri umbri - a capo di Colacem, il terzo gruppo italiano del settore dopo Pesenti e Buzzi qualche anno fa ha deciso di diversificare nell’oro, comprando delle concessioni in Honduras. La sua Goldlake lavora oro «etico», che non danneggia l’ambiente e sostiene lo sviluppo delle comunità locali. E la produzione è già venduta, in blocco, a Cartier, che per avere il metallo giallo «certificato» in ogni fase della lavorazione paga anche un sovrapprezzo rispetto al fixing del mercato. Complimenti per l’ottimo fiuto per gli affari. «Pensi che il primo business plan era basato su un prezzo di 250 dollari l’oncia». Quando e perché ha deciso di investire proprio nelle miniere d’oro? «Per caso. Con il nostro gruppo eravamo in America Centrale per cercare opportunità di investimento nel settore storico della nostra famiglia, il cemento. Ci siamo resi conto che potevano esserci occasioni interessanti e ho deciso di investire. Nel 2004 siamo partiti con le esplorazioni e nel 2007 è iniziata l’attività». Soddisfatto dell’investimento? «Sì, certo. Ma mi preme aggiungere che il nostro modello è davvero diverso. Le estrazioni d’oro di tipo industriale per poche once di metallo lasciano sul terreno 2,5 tonnellate di cianuro. Noi usiamo solo acqua che poi viene riciclata e tutto il ciclo di lavorazione è strutturato per non produrre danni a persone o cose». L’oro che esce dalla vostra miniera che fine fa? «Viene fuso sul posto e trasformato in lingotti grezzi. Quindi viene spedito in Italia, ad Arezzo, dove viene raffinato nel nostro laboratorio, reso puro, marchiato e venduto a Cartier, che grazie alla tracciabilità di tutto il processo e al modello “etico” di lavorazione ci riconosce un premio rispetto al fixing del mercato». Quanto? «Un po’ di più. Degli aspetti commerciali si occupa mia sorella Daniela. Ma se pensa che il mercato prevede spesso la consegna dell’oro “fisico”, dei lingotti, attraverso delle stanze di compensazione senza possibilità di stabilirne la provenienza, capirà anche il perché». Cosa ne pensa dei prezzi folli dell’oro? «Che sinceramente mi preoccupano. L’industria orafa in realtà non ha convenienza. Anzi, ha bisogno di prezzi stabili per programmare gli investimenti. La corsa dei prezzi è dettata da ragioni puramente speculative senza nessun rapporto con i costi industriali».