Fabrizio Galimberti, Il Sole 24 Ore 9/8/2011, 9 agosto 2011
I NUOVI CONFINI DELLA POVERTÀ
La recente analisi, da parte dell’Istat, della povertà in Italia è stata criticata dal Governo, che, facendo il suo mestiere, cerca sempre di rincuorare i cittadini. Ma la politica dello struzzo non è la migliore: per migliorare bisogna sapere da dove partiamo, e le analisi dell’Istat sono basate su dati oggettivi e su metodi internazionalmente accettati. Naturalmente, in tempi di crisi la povertà balza ancor più alla ribalta, ma non c’è molto che un "manuale anti-crisi" possa fare in proposito, se non cercare di capire meglio che cosa c’è dietro i numeri della povertà.
L’analisi dell’Istat non è triste come sembra. Ci sono due concetti di povertà, quella relativa e quella assoluta. Quest’ultima viene calcolata guardando a un paniere minimo di beni e servizi di cui una famiglia deve usufruire se vuole sopravvivere: questa spesa mensile "minima" per famiglia varia da 450 a 1.800. euro, a seconda del numero di componenti, della taglia dei comuni e della regione. Le famiglie al di sotto di questa soglia, che nel 2010 erano il 4,6% del totale, sono classificate come povere in senso assoluto. Invece, per la povertà relativa si guarda a quella che è la spesa media pro-capite in Italia (963 euro) e si considerano povere quelle famiglie composte da almeno due persone che hanno una spesa mensile inferiore a quella soglia. Queste famiglie (che ovviamente comprendono quelle già classificate come "povere assolute") sono l’11% delle famiglie italiane. Si diceva che l’analisi dell’Istat non è triste come sembra, e la ragione è che in questi ultimi anni - dall’anno che precede la Grande recessione (2007) a oggi - la povertà non è variata di molto: ha oscillato intorno all’11%, e, nell’annus horribilis del 2009, quando il Pil scese del 5%, è perfino leggermente scesa, dall’11,3% del 2008 al 10,8% del 2009. È come se in circostanze difficili scattassero meccanismi di mutuo supporto che sono dormienti in tempi meno aspri.
Ma la domanda che molti si pongono è ancora un’altra. Esiste, conscia o inconscia, un’altra dimensione della povertà o, se non della povertà, della difficoltà di far quadrare i conti delle famiglie. Qualche anno fa un padre di famiglia, che accompagnava la figlia all’altare, confidò poi a un amico: «Quando io mi sposai lavoravo in banca; mia moglie non lavorava, ma il mio stipendio era sufficiente per due. Oggi mia figlia sposa un bancario come ero io, ma lavora anche lei, perché lo stipendio dello sposo non è più sufficiente per due. Eppure tutte le statistiche dicono che il valore reale degli stipendi, da trent’anni fa, quando mi sposai, ad adesso, è aumentato di molto. Ma perché allora uno stipendio bastava per due e oggi non basta più?».
La domanda è legittima, e, scartando l’ipotesi che le statistiche siano sbagliate, la risposta sta in un fatto di sociologia e di costume più che in un fatto economico. Cioè a dire, il paniere di quello che è considerato "normale" oggi è molto diverso dal paniere di quello che veniva considerato "normale" trent’anni fa. Tutte le auto hanno il servosterzo, lo zucchero al bar non viene servito in una ciotolona esposta alle mosche ma, sotto forma bianca, bruna o dolcificante, in igieniche confezioni individuali, i pattini a rotelle di una volta sono sostituiti da pattini in linea in fibra di carbonio di calibro aerospaziale, una stanza d’albergo media ha tv e aria condizionata, e così via. Gli indici dei prezzi, quando ci sono cambiamenti di qualità (la macchina senza servosterzo non viene più prodotta e viene sostituita da altra con servosterzo e alzacristalli elettrici) tengono conto solo imperfettamente di questi cambiamenti. Tutto questo vuol dire che le statistiche ci dicono che il valore reale dello stipendio è aumentato, ma quello stipendio fa fatica a comprare il paniere "normale", quale è migliorato nel tempo. Rispetto ad allora stiamo meglio, perché il paniere "normale" ha beni e servizi di qualità più elevata. Ma tutto è relativo, e noi non abbiamo l’impressione di star meglio perché lo star meglio o peggio dipende da un confronto col presente e non da un confronto col passato. Senza contare che molti altri indicatori di benessere, dalla congestione al traffico all’inquinamento ai tempi della giustizia, sono peggiorati d’allora ad oggi.