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 2011  agosto 09 Martedì calendario

QUEI MILIARDARI NATI CON LA PEPITA

Miliardari che abbiano costruito una fortuna personale esclusivamente sull’oro ce n’è ben pochi, in giro per il mondo. Nonostante i prezzi stellari del lingotto, gli straricchi che compaiono nelle classifiche di Forbes non nuotano come Paperon de’ Paperoni tra le monete d’oro. Le minerarie sono ormai multinazionali quotate in Borsa, che certamente arricchiscono i loro azionisti, ma evidentemente non a colpi di miliardi.

Qualche eccezione, nonostante tutto, c’è. Il vero è incontrastato signore delle miniere d’oro si chiama Peter Munk, un arzillo ottantenne dalla vita avventurosa, che tuttora presiede la società aurifera che ha fondato nel 1983 , al tempo in cui l’oro sembrava non doversi più risollevare dopo la clamorosa caduta dal picco degli 850 dollari l’oncia (record tuttora imbattuto, se si tiene conto dell’inflazione). Quella società, che all’inizio si concentrava sulle esplorazioni petrolifere, oggi non solo esiste ancora, ma è il più grande produttore di oro al mondo: la canadese Barrick Gold, un colosso cresciuto a colpi di acquisizioni (l’ultima preda consistente risale al 2006, quando ha rilevato Placer Dome per 10 miliardi di dollari) e oggi produce 8 milioni di once l’anno, grazie a una trentina di miniere sparse in cinque continenti.

Munk è un eroe nazionale in Canada, dove ha riversato milioni di dollari in opere filantropiche, promettendo di destinarvi tutte le sue ricchezze, una volta passato a miglior vita, in segno di riconoscenza alla sua nuova patria. Munk è sempre stato fiero della sua "canadesità" – tanto da irritarsi se qualcuno, in gioventù, gli faceva notare il suo accento magiaro. Ma le sue radici sono in Ungheria, dove nacque nel 1927 da una ricca famiglia ebrea, che comprò dai nazisti la possibilità di fuggire all’estero nel 1944. Il fiuto per gli affari lo indusse a fondare, non ancora trentenne, la Clairtone, produttore di televisori. Costretto al fallimento dalla concorrenza giapponese, Munk negli anni ’70 passò all’industria alberghiera, creando la maggiore catena di hotel dell’Australasia. Poi è arrivato l’oro. Ma l’intraprendente ottantenne, che ha il pallino della vela, ultimamente sta investendo anche in un nuovo porto turistico in Montenegro.

Munk, dedito alla filantropia, è appena uscito dalla classifica dei miliardari di Forbes. Ma da qualche anno è in ascesa un altro personaggio legato all’oro: un avvocato sudafricano, alfiere della nuova élite nera balzata sulla scena mineraria con il Black Empowerment Act, che ha imposto la cessione ad azionisti neri del 26% delle società estrattive. Patrice Motsepe, cinquant’anni il prossimo gennaio, nato nel ghetto di Soweto e oggi al 336° posto della classifica dei Paperoni mondiali con un patrimonio di 3,3 miliardi di dollari, si difende dalle accuse di essere un privilegiato. Le ottime relazioni della sua famiglia – la sorella, anch’essa imprenditrice nel settore minerario, è moglie di un ministro e uno zio è capo di un’importante tribù locale – l’hanno certamente aiutato. Ma è grazie alle sue capacità che si è fatto largo nella vita, come brillante legale esperto di miniere, prima che la legge gli offrisse l’occasione di fondare la African Rainbow Minerals Gold, nel 1997. La società ha in seguito fuso le attività aurifere con Harmony Gold e ha diversificato nel platino e nel carbone. Tutto casa e famiglia (la moglie, ironia della sorte, si chiama Precious), Patrice Motsepe ha un’unica passione al di fuori del lavoro: il calcio. E come molti colleghi miliardari si è comprato una squadra, la Mamelodi Sundowns.

Nel mondo dell’oro i padroni delle miniere comunque non esistono più. Anche Barrick Gold e African Rainbow Minerals, del resto, sono società quotate, al pari degli altri giganti del settore aurifero, come la statunitense Newmont e la sudafricana AngloGold Ashanti. Alla loro guida ci sono manager con alle spalle un brillante curriculum nelle università della Ivy League, più che un passato da cercatori di pepite. Ma l’agiatezza, se non lo status di miliardario, si può raggiungere anche così. Il compenso del ceo di Newmont, Richard O’Brien (che di eccentrico ha solo l’omonimia con l’autore del Rocky Horror Picture Show), nel 2010 è stato di 12,5 milioni di dollari.