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 2011  agosto 09 Martedì calendario

ANTROPOLOGIA DELLE CLIENTELE. RACCOMANDAZIONI E FAVORI COL MITO DEL POSTO PUBBLICO

Lo chiamano, banalmente «voto di scambio». Ma da un’inchiesta napoletana risulta che la deplorevole consuetudine è diventata il modello di una sociologia applicata, la manifestazione di una calibratissima casistica. Uno spaccato antropologico della società: per un’assunzione tot voti, per un favore tot voti, per una raccomandazione tot voti. Un’armata invincibile. Che infatti, con scientifica e militare meticolosità, vince le elezioni. Soprattutto quelle locali.
Si facevano gli schemini, gli strateghi del voto di scambio alla vigilia delle elezioni provinciali in Campania del 2009. E li consegnavano, pignoli e scrupolosi, al loro capiente archivio elettronico. Quantificavano: la promessa di assunzione nel settore pubblico equivaleva a un certo numero di voti, fatalmente superiore a quelli acquistabili con un’assunzione nel privato. Gli scambisti del voto hanno una mentalità statalista: nel senso che il posto fisso vale di più, e si traduce in una messe di voti più cospicua, del lavoro precario, aleatorio, sfuggente e instabile del posto privato. Anche se di un privato, come in questo caso, foraggiato dagli appalti pubblici assegnati senza gara, senza procedure regolari, senza merito.
Senza merito, soprattutto. Nell’antropologia degli scambisti del voto è assente ogni riferimento lessicale anche a una parvenza di merito. Non ci sono mai espressioni obsolete e in quel contesto ridicole e destinate al dileggio come «bravo», «competente», «meritevole», «professionalmente ineccepibile», «preparato». C’è solo un criterio di fedeltà (attenti al «traditore», si dicono gli scambisti), di gratitudine di un diritto conquistato come il bottino di una prestazione elettorale. Svanisce la stessa ipotesi che un lavoro possa essere il frutto di una chiamata dettata dal merito e si impone lo spirito del clan, la matematica inesorabile dello scambio: se mi porti cinque voti, ti concedo il privilegio di partecipare al banchetto delle assunzioni clientelari, degli appalti concessi abolendo la concorrenza. Gli scambisti del voto sono i nuovi «caporali», quelli che vanno a reclutare lavoranti per strada disposti a tutto pur di incassare remunerazioni di fame. Qui la fame sparisce, e tutto si fa più scientifico, matematico, contabilmente registrato, annotato, quantificato.
Con il merito, scompare la democrazia: l’illusione che una scelta dentro la cabina elettorale non sia il frutto di una compravendita. Beninteso, è sano e normale che in una competizione elettorale influisca il linguaggio degli interessi, del lavoro, delle opportunità economiche. Un po’ meno normale che il linguaggio degli interessi si trasformi in chiamata nominale. Il principio democratico è: una testa, un voto. Qui, nello scambismo clientelare, è: un’assunzione clientelare, cinque voti. C’è, o ci dovrebbe essere, una bella differenza.
Si lamentano che i partiti non siano più radicati nel territorio. Forse è vero, ma le oligarchie locali e le clientele blandite con il voto di scambio che hanno sostituito i partiti hanno una conoscenza impareggiabile del territorio. Sanno che nel territorio un favore vale un certo gruzzolo di voti, un’assunzione una certa quantità di suffragi. Del territorio, gli scambisti sanno tutto: aspirazioni, bisogni, difficoltà, disperazioni. Studiano la società e non per un master universitario in sociologia, ma per un quorum nel consiglio provinciale. Sono degli antropologi e degli etnologi provetti, e non perché sono interessati ai costumi di società remote ed esotiche, ma perché padroneggiano in modo incomparabile i costumi della loro società, del loro microcosmo sociale. Non è chiaro se commettano reati, questo lo stabilirà la sentenza di un tribunale. Ma è chiaro che si applicano con metodo al perseguimento dei loro scopi, aderendo alle pieghe della società, interpretandone e assecondandone volontà e desideri. In cambio, ovviamente, di voti e consenso. L’Italia è nelle loro mani, nelle mani degli scambisti, perché gli scambisti studiano più degli altri, sono sociologi più sofisticati anche se rozzi e grossolani nei modi e nell’eloquio. Un’agenzia di rating declasserebbe un Paese così sul piano dell’affidabilità civile. Ma gli scambisti del voto dovrebbero vincere il Nobel nella scienza di accaparrarsi consenso in cambio di favori. Esperti in sociologia e antropologia dello scambio: i fuoriclasse della nuova disciplina politica.
Pierluigi Battista