Dino Martirano, Corriere della Sera 09/08/2011, 9 agosto 2011
PRIMI PASSI PER RIDURRE SUBITO I PARLAMENTARI DEMOCRITICI E PDL: STOP AI GIOCHINI —
La guida ai risparmi della politica in sei punti proposta da Sergio Rizzo e da Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera riavvia il dibattito sui costi della politica che, evidentemente, non può ritenersi esaurito con i tagli di fine luglio. Province ridimensionate, riduzione del numero dei parlamentari, razionalizzazione delle spese per i collaboratori di deputati e senatori, auto blu, esclusività dell’attività parlamentare: c’è solo l’imbarazzo della scelta per iniziare a tagliare e riformare.
Sulla proposta dei sei tagli facili e immediati, dunque, si muovono le acque, nel centrosinistra come nel centrodestra. Il primo a rispondere positivamente è Sandro Gozi del Pd: «Le proposte di Rizzo e Stella possono essere realizzate immediatamente e dovrebbero essere estese alle Regioni, alle Province che rimarranno, e ai Comuni». Inoltre un altro dei sei punti proposti dal Corriere — affidare alle Camere e non ai parlamentari la gestione dei «portaborse» — piace molto al senatore Francesco Pardi (Idv) che una settimana fa ha tentato di farla passare sotto forma di ordine del giorno: «Bocciato perché i nostri voti, quelli del Pd e dell’Udc non sono bastati davanti a una maggioranza che ha votato in modo compatto. E pensare che la proposta è molto semplice: i 4.000 euro previsti per i collaboratori li gestisce il Senato, che paga solo dopo aver verificato tutte le pezze d’appoggio».
Sulla cancellazione delle Province più piccole, a fissare un’asticella molto impegnativa ci pensa il senatore Carlo Vizzini (Pdl), presidente della I commissione del Senato: «Io dico che una proposta ragionevole è quella di abolire le Province sotto i 600 mila abitanti e questa modifica potrebbe essere fatta con legge ordinaria incidendo sulla carta delle autonomie».
Tecnicamente, conferma uno dei questori di Montecitorio, Gabriele Albonetti (Pd), Camera e Senato potrebbero ancora proporre una variazione ai bilanci interni del 2011 approvati dalle rispettive assemblee nella prima settimana di agosto. Se infatti la manovra da 47 miliardi varata dal governo non è sufficiente per l’Italia, la politica, per usare un’espressione cara al deputato Santo Versace (Pdl), deve fare «un passo più lungo degli altri: perché chi vive nei palazzi del potere, oltre a non avere diritto a una privacy patrimoniale, ha il dovere di dare il buon esempio per essere credibile quando chiede altri sacrifici ai cittadini». Dunque, chiosa Versace, è «doveroso riaprire i bilanci di Camera e Senato perché chi vive di politica deve saper fare un passo indietro».
In realtà, oltre la variazione di bilancio, che produrrebbe effetti solo sui rimanenti mesi del 2011, c’è l’assestamento di bilancio che in corso d’opera farebbe risparmiare un «tesoretto» da utilizzare l’anno prossimo. Come dire, fatti salvi gli stipendi dei dipendenti e le indennità dei parlamentari, le somme non impegnate entro una certa data (per esempio il 15 novembre) slittano al bilancio successivo del 2012 che verrà perfezionato entro Natale.
Così, con la riapertura temporanea del Parlamento, tornano all’ordine del giorno i costi della politica. Anche se ora al «colpo d’ala» in pieno agosto, per dare il buon esempio e per recuperare credibilità, ci credono in pochi: eppure, suggerisce il senatore Stefano Ceccanti (Pd), «saremmo tutti più credibili se parallelamente all’inserimento in Costituzione dell’obbligo del pareggio di bilancio varassimo il testo che dimezza il numero dei parlamentari». Condivide il senatore Vizzini (Pdl), che ha fatto mettere all’ordine del giorno di settembre della I commissione i disegni di legge sulla riduzione del numero dei parlamentari: «Il tempo dei giochini è finito, io credo che serva un segnale forte al Paese, anche se questo andasse contro gli interessi dei parlamentari».
I tempi però sono strettissimi. Trattandosi di modifica della Costituzione sono previsti 4 passaggi parlamentari e la maggioranza dei due terzi per evitare il referendum confermativo. Tuttavia c’è una sorta di «road map» che secondo i calcoli di Ceccanti potrebbe concludersi addirittura ai primi di dicembre: «Se c’è la maggioranza dei 2/3 le riforme costituzionali si possono varare in 91 giorni (tre mesi obbligatori tra i due passaggi nei rispettivi rami del Parlamento, ndr) per cui in autunno, prima che la Spagna abbia varato il nuovo governo, l’Italia potrebbe offrire ai mercati due riforme lineari e comprensibili da tutti: la parità di bilancio strutturale inserita nell’articolo 81 e il dimezzamento del numero dei parlamentari. E sarebbe un bel segnale perché inciderebbe subito sulla legislatura 2013-2018. Altrimenti, se non facciamo in fretta, se ne riparla nel 2018».
Dino Martirano