Gian Luigi Paracchini, Corriere della Sera 06/08/2011, 6 agosto 2011
NUOVA GENERAZIONE PAPILLON
Stanco d’ essere confinato nella gabbia, il farfallino ha preso il volo. Via dalle polverose tenute iperformali e da sera. Basta con i pregiudizi di chi lo considera reperto archeologico o anacronistica eccentricità. Nuovi scenari lo vedono agile protagonista all’ insegna del giovanilismo di tendenza. Prepariamoci dunque ad accoglierlo, anche se un po’ scarmigliato, con il rispetto che merita la sua storia. Le ultime generazioni inglesi, pure quelle non immuni da tatuaggi estremi e da ninnoli metallari, lo hanno riscoperto e rilanciato in chiave anticonformista, al punto da finire come invitato d’ onore sulle autorevoli pagine del Wall Street Journal . In una corrispondenza londinese, il quotidiano finanziario conferma che negli ultimi due anni le vendite di questo particolare accessorio sono aumentate del 25 per cento. Non per la proliferazione d’ impegni mondani degli adulti ma per l’ innamoramento d’ una variegata moltitudine di giovani. Il farfallino adottato di giorno come chicca del dilagante preppy look tecnologico, apprezzato sia dai rockettari d’ avanguardia sia dagli studenti di Eton. Sembra che abbinato a pantaloni stretti e leggermente corti, gilet, camicie a quadri, pullover o una vecchia giacca di tweed, il farfallino raggiunga il top della sua valorizzazione. Con un occhio al presente, per esempio verso l’ attore inglese Matt Smith (undicesima entrata della popolare serie «Doctor Who») e il rapper americano Jay-Z, più che al passato. Anche se rovistando negli archivi, i cravattini bordò di Sammy Davis jr (amato pure da Frank Sinatra, Dean Martin, Peter Lawford) e quello famosissimo blu a pois di Winston Churchill, stanno per essere riproposti da «Turnbull & Asser», storico fornitore della casa reale e degli attori passati nei panni di James Bond. Farfallini ovunque, anche nell’ altra metà del cielo, come ostentano orgogliose Sofia Coppola, Gwyneth Paltrow, Dita Von Teese, Lady Gaga. E perfino, con i colori nazionali della Union Jack, al collo di Larry, il sussiegoso gatto del premier David Cameron (anche lui affezionato fruitore) con cui è stato fotografato il giorno delle nozze di William e Kate. Ci sarà pure un boom italiano? Più che probabile, stando a quanto si è visto recentemente (Prada, Gucci, Dolce & Gabbana) sulle passerelle della moda. Sul come chiamarlo correttamente c’ è soltanto l’ imbarazzo della scelta. Per gli inglesi resta bow tie ( black tie se nero), i francesi insistono orgogliosamente sul papillon, mutuato pure dal resto d’ Europa, Penisola compresa, che tuttavia si riserva soluzioni autarchiche come farfalla, farfallino, cravattino. Storicamente gli inglesi lo hanno indossato con maggiore disinvoltura di noi italiani. Era puntualmente al collo dei pediatri di campagna che lo ritenevano più sicuro della cravatta, ambita dai pazienti discoli come giocoso attrezzo di strangolamento. In Italia il farfallino è invece sempre stato visto come un segno d’ eleganza eccentrica, vagamente dannunziana (il Vate fu grande estimatore), indossato soprattutto da celebri architetti come Ernesto Nathan Rogers e Bruno Zevi. Al di là delle mode, strenui difensori dell’ oggetto risultano il critico d’ arte e conduttore Philippe Daverio, il giornalista scrittore Roberto Gervaso e, tra i politici, Giuseppe Leoni, senatore leghista e numero uno dell’ Aeroclub d’ Italia. Resta sempre il problema del nodo: crudele test (frustrante per i più) d’ intelligenza. Anche se qualcuno garantisce (mentendo) che sia semplice come allacciarsi le scarpe. Il fatto è che il nuovo farfallino diurno, colorato (pure scozzese, a pois, righe) che sta volando alto, ha la sua dignità soltanto con il nodo fatto a mano, dunque personalizzato come quello di qualsiasi cravatta. Ci vuole un po’ d’ allenamento. Quando si arriverà alla perfezione disinvolta (ma un filo meno rigida) dei nodi esibiti da Robert Redford ne «Il grande Gatsby», il gioco è fatto.
Gian Luigi Paracchini