Luigi Grassia, La Stampa 7/08/2011, 7 agosto 2011
L’OPEC: TERREMO ALTO IL PREZZO DEL PETROLIO
Dal nostro punto di vista di italiani e di occidentali sembra quasi una perversione del pensiero, ma nel mondo c’è chi si preoccupa che il prezzo del petrolio scivoli troppo in basso, e anzi se ne preoccupa già agli attuali 86 dollari al barile, che obiettivamente non sembrano un prezzo d’affezione (gli esperti dicono che il greggio sarebbe già molto caro, in termini industriali, se costasse 50 o 60 dollari). Ieri l’Opec, cioè la federazione dei produttori ed esportatori dell’ex Terzo mondo, ha fatto sapere che ipotizza un vertice straordinario, da convocare d’urgenza nel caso che il barile rotolasse ancora più giù dei livelli attuali, raggiunti dopo settimane di domanda anemica e di prezzi cedenti dei contratti «future» sul petrolio (quelli che monitorano il mercato giorno per giorno).
Il prezzo del greggio Wti che fa da riferimento in America - e di fatto anche nel resto del pianeta - è sceso in settimana a New York sotto i 90 dollari al barile, e quello del Brent che fa da riferimento in Europa sotto i 110 dollari a Londra. Venerdì c’è stato un millimetrico rimbalzino, dopo la diffusione dei dati sull’occupazione americana migliori del previsto, ma non è probabile che questo segnali un’inversione di tendenza del mercato. Però sulla necessità di tenere alti i prezzi i produttori non sono unanimi: alcuni membri dell’Opec si preoccupano di non calcare la mano con i prezzi in un momento così delicato, per non scatenare una nuova recessione mondiale che danneggerebbe tutti, compresi loro, che dell’export di greggio vivono. L’ultima riunione del cartello Opec è stata turbolenta, alla fine si è deciso di mantenere le quote di produzione invariate; e questo è successo mentre il greggio Wti era sopra i 120 dollari per barile. Il prossimo vertice è fissato per il remoto 14 dicembre a Vienna; l’Opec aspetterà così tanto mentre i suoi introiti vanno giù? Da qui la prospettiva di un incontro in cui si decida un taglio della produzione per sostenere le quotazioni.
Ma fermo restando che il prezzo di qualunque bene o servizio è fatto dal mercato, si può azzardare una valutazione di quale sarebbe un ipotetico prezzo «giusto» (o invece troppo alto) per il petrolio? Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, osserva che «per estrarre il greggio nel mondo si spendono meno di 10 dollari al barile, media ponderata. Se ipotizziamo che un guadagno medio di 40 o 50 dollari al barile basti a remunerare i produttori, il petrolio potrebbe costare in media fra i 50 e i 60 dollari al barile, e sarebbe già tanto. Anche l’estrazione del greggio più caro del mondo è inferiore ai 30 dollari al barile, e rivendendolo a 60 si incasserebbe il doppio del costo di produzione». A 90 o a 120 dollari siamo fuori da ogni logica che non sia prendere per il collo i compratori.
E perché il prezzo del barile va giù? Massimo Siano di Etf Securities, che da Londra vende contratti di investimento su oro, materie prime, petrolio eccetera, segnala che «da mesi si registra un calo del flusso di risorse sul greggio. È segno che i mercati si aspettano una nuova recessione. Ma dipende anche dall’esaurimento delle risorse finanziarie, il cosiddetto “quantitative easing”, che la Federal Reserve americana ha messo a disposizione dei mercati per rilanciare l’economia e che invece è stato usato in massima parte per la speculazione».
Intanto a Panarea, l’isola dei vip, la benzina registra il record del prezzo a 2,10 euro al litro. Listini alle stelle anche nelle altre Eolie, ma pure nel resto della Sicilia e del Sud, dove le addizionali regionali salassano gli automobilisti.