Piero Negri, La Stampa 7/08/2011, 7 agosto 2011
DI COSA PARLANO DAVVERO LE CANZONI?
È il grande equivoco del rock and roll: che la musica pop, leggera, la canzone, insomma, esprima soprattutto allegria, spensieratezza, gioia di vivere. Non è così, e non da ieri. Di che cosa parlava la prima canzone che portò Elvis Presley al numero uno in
classifica, nel lontano 1956? Di un suicidio. «Heartbreak Hotel» si ispira al bigliettino d’addio lasciato da un ragazzo che aveva deciso di farla finita. Gli autori del brano lessero un trafiletto sul giornale ed ebbero un’intuizione ancora valida: l’energia, il ritmo, della musica moderna non era altro che un modo per raccontare, e così esorcizzare, il male di vivere. Gli esempi sono innumerevoli, solo pescando tra i successi indimenticati. Potremmo citare Peter Gabriel che scrive «Don’t Give Up» nel 1985 per ricordare, soprattutto a se stesso, la forte depressione da cui era appena uscito: «Accettare i propri fallimenti è la conquista più difficile», dirà poi, ripensandoci. Oppure «Manic Depression» di Jimi Hendrix, talmente esplicita, anche nel titolo, da non aver bisogno di traduzione. O ancora «The Dark Side Of the Moon», il celebre album che i Pink Floyd pubblicarono nel 1973, tentativo di visitare, e in qualche modo illuminare, il lato oscuro della Luna. I Pink Floyd alla depressione avevano già dovuto sacrificare il fondatore, Syd Barrett, morto nel 2006 dopo quasi 40 anni di volontario isolamento. E tutta la loro produzione, con accenti personali, a volte sociali, non parla che di questo, di solitudine, follia, disperazione, depressione. Ci sono interi filoni musicali, d’altra parte, che tutto ciò hanno solo e sempre portato in scena: quella corrente che da noi si chiama dark e in inglese gothic, «gotica», affermatasi negli anni Ottanta e ancora viva, magari trasfigurata nella versione post-moderna e adolescenziale detta «emo». E in Italia? Naturalmente, poco cambia, se non le forme -quasi sempre meno spettacolari e più intimiste - in cui il disagio di vivere si esprime. Di che parla «Vedrai vedrai», se non di depressione? «Quando la sera tu ritorni a casa non ho neanche voglia di parlare» sono le prime parole del testo, che Luigi
Tenco, pochi mesi dopo suicida a Sanremo. C’è un libro intero, molto divertente, che delle canzoni della nostra musica leggera colse l’aspetto deprimente. Si intitola, guarda caso, «Una lacrima sul viso» (di Paola Maraone e Paolo Madeddu) e con la chiave dell’ironia tentò di aprire lo scrigno di tristezze che contiene il tesoro della musica italiana, da «Buongiorno tristezza» di Claudio Villa a «Giudizi universali» di Samuele Bersani. Roberto Vecchioni confessò diversi anni fa di aver superato la depressione vivendo per un breve periodo in Africa, Claudio Baglioni definì in un’intervista la depressione «compagna fedele». Vuoi vedere che alla fine, senza un po’ di quel male di vivere, senza depressione, non si saprebbe che farsene, delle canzoni?