Davide Jaccod, La Stampa 7/08/2011, 7 agosto 2011
L’ITALIA, UN PAESE AMMALATO D’ANSIA
È una pioggia di pillole, quella che descrivono i dati sul consumo di psicofarmaci in Italia. L’onda lunga partita dagli Stati Uniti ha raggiunto le cose italiane: le ultime statistiche parlano di un’impennata che tra il 2002 e il 2009 ha portato le dosi giornaliere per mille abitanti da 8,18 a 34,66. Un consumo triplicato, che stando ai dati Osmed rappresenta ormai il 12% della spesa farmaceutica del Paese. A guidare la tendenza sono gli ansiolitici: le benzodiazepine, nate per curare angoscia cronica e insonnia debilitante, sono diventate di uso comune nonostante gli effetti collaterali e la possibile dipendenza. Anche alle piccole ansie si risponde con troppa facilità con qualche goccia, creando un abuso che diventa pericoloso proprio perché quotidiano.
I rapporto con le medicine inizia presto, prestissimo: già a 14 anni molti ragazzi incontrano gli psicofarmaci per affrontare le situazioni più diverse, per la maggior parte non patologiche: secondo uno studio dell’Espad (lo European school project on alcohol and other drugs) negli anni tra il 2003 e il 2009 i giovani che fanno uso di questi farmaci sono passati dal 6% al 10%. Un ragazzo su dieci si affida a gocce o pastiglie, proprio in quell’età che il farmacologo Silvio Garattini definisce «la fascia da cautelare maggiormente. Nell’adolescenza il cervello è ancora in via di sviluppo: troppo spesso i farmaci vengono utilizzati per disturbi minori, in un’ottica che è m e r a m e n t e consumistica. E spesso, l’effetto può essere controproducente e generare problematiche nuove».
Nel boom dello psicofarmaco si incontrano storie diversissime fra loro, come spiega il dottor Augusto Consoli, esperto di dipendenze. «Da un parte c’è essere l’uso occasionale, magari con la combinazione di farmaci opposti: un sedativo e uno stimolante, o un farmaco combinato con l’alcool, alla ricerca dello sballo. Dall’altra, invece, ci sono le dipendenze che nascono dalle somministrazioni sbagliate: a volte sono errori della filiera sanitaria, in altri casi sono deformazioni che nascono dalle cure “fai da te”, che non dovrebbero assolutamente riguardare questo tipo di terapie».
Alla base di tutto c’è un mercato fin troppo facile da raggiungere, dove grazie a Internet è possibilefarsi recapitare i farmaci direttamente dal postino. E l’industria del farmaco risponde con rapidità e puntualità, cavalcando una prospettiva particolarmente lucrativa. «Quello della “fabbrica di malattie” è un filone ricco, che alimenta il grandissimo mercato delle case farmaceutiche. Spesso basta aggiungere delle maiuscole ai nomi, e una Sindrome Depressiva diventa una malattia per la quale l’industria ha pronta una molecola. Occorre essere molto cauti, senza esagerare come a volte accade con i disturbi dell’attenzione dei bambini: non bisogna assecondare l’idea che ci sia una pastiglia per ogni problema, creando fiumi di medicinali».
Il quadro che ne risulta è quello di una realtà complessa, vissuta sul vago confine tra patologia e normali momenti di difficoltà: anche le dichiarazioni di Vasco possono aiutare a entrare con cautela in questo mondo nebuloso, stimolando la riflessione. «Se un personaggio pubblico - conclude Consoli - riconosce di soffrire e accetta di chiedere aiuto, non è assolutamente un cattivo riferimento. Anzi: il suo gesto può contribuisce ad aumentare la consapevolezza, a diffondere l’idea che quando ci sono dei problemi seri è possibile affrontarli con competenza ed educare alla salute».