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 2011  agosto 07 Domenica calendario

E I GIORNALI CREARONO IL PROFESSORE-MOSTRO


Sulla qualità della produzione scientifica di Gianfranco Miglio nessuno ha mai sollevato dubbi: è sicuramente la personalità italiana più conosciuta e stimata al mondo nel settore culturale che ha frequentato. Sul valore delle sue prese di posizione politiche si è invece scatenato un putiferio di opinioni, spesso capziose, che hanno coinvolto con poca eleganza anche considerazioni sulle sue qualità umane. Si può addirittura in qualche modo vedere nel modo con cui il Professore è stato trattato dal mondo dell’informazione un significativo – e desolante – paradigma del rapporto fra certo linguaggio giornalistico e la politica, fra il potere massmediatico e la gestione delle idee.
Fino a che Miglio si è limitato a trattare con autorevolezza i temi della storia e della scienza delle istituzioni, finché i suoi interventi sono rimasti circoscritti all’ambito universitario, alle pubblicazioni di settore, o a sporadiche presenze su alcuni quotidiani, il mondo dell’informazione si è complessivamente disinteressato al suo lavoro, tutt’al più citandolo come una anomalia culturale. Non appena però le idee del Professore si sono affacciate con vigore sul teatro della politica quotidiana, quando un partito ha cercato di interpretarle e dare loro un esito di concretezza, il circo mass-mediatico si è scatenato quasi al completo e con una sospetta assonanza di modi e di tempi, impiegando tutto il peggior repertorio diffamatorio di cui è capace.
L’accanimento ha un inizio preciso. Ha scritto in proposito Alessandro Vitale in un bellissimo saggio sull’argomento, pubblicato in un numero monografico dei Quaderni Padani del 2001: «La fase più acuta delle denigrazioni è stata non a caso quella seguita alla tentata rivolta fiscale (1992-1993). Gli insulti, le caricature giornalistiche non si sono più arrestate, dimostrando in tal modo che il dito era stato messo nella piaga proprio legittimando le ragioni di quella rivolta. Alla pericolosità, per i detentori del potere politico, di una questione sollevata con tanta radicalità, la controrisposta è stata direttamente proporzionale». Insomma, quando ha toccato, con le sue proposte neofederaliste, con il suo progetto di ristrutturazione istituzionale, di autodeterminazione e identitarismo, di contestazione fiscale, le basi stesse su cui si regge il regime italiano, il potere politico – quello che oggi si chiama la casta – ha reagito con asprezza utilizzando la parte asservita del giornalismo.
Si è trattato di una operazione di tecnica dello screditamento da manuale: non è stata criticata o confutata nessuna delle idee o proposte del Professore, ma è iniziata una ignobile e sistematica azione di denigrazione della persona nell’intento di trasformarla in macchietta, di farne una caricatura. Pochi altri personaggi hanno ricevuto un trattamento peggiore dalla stampa: è stato paragonato a Nosferatu, al dottor Stranamore, alla Spectre. Le sue affermazioni sono state deformate, riportate parzialmente e rigirate; il suo incontenibile gusto per la battuta è stato trasformato in sprezzante manifestazione di razzismo. Ancora oggi – dopo dieci anni – c’è chi lo associa con sprezzo del ridicolo al Ku Klux Klan o alla esaltazione delle organizzazioni mafiose. Nessuno di questi ha mai letto o capito quello che Miglio ha scritto, taluni di loro sono in totale malafede, altri sono virtuosi del prossenetismo, altri più semplicemente difendono privilegi e potere.
La sua personalità è stata travisata. La sua inflessibilità morale è stata bollata come durezza calvinista, il suo carattere rigoroso è stato gabbato per burbero o addirittura scostante, il suo puntiglio nell’esprimere sempre in libertà le proprie idee lo ha fatto descrivere come uno stravagante, il suo gusto per la boutade lo ha fatto passare per cinico. La realtà è molto diversa: era moralmente inflessibile, nemico delle false certezze, dei “valori altisonanti”, delle scelte ideologiche “a prescindere”, era antiaccademico, estraneo a ogni gioco istituzionale, coltivava la più totale libertà di parola, era – secondo Cacciari – il più perfetto caso di «paressìa». Sganciato da posizioni di potere, ha sempre detto quello che pensava anche a costo di ripensamenti o cambiamenti di opinione. Non era per nulla scontroso: era anzi una persona molto cordiale e affabile, addirittura eccessivo nella predisposizione amichevole, che è stata a volte usata da qualche furbastro per vantaggi personali. Davanti a queste cose Miglio però non si scomponeva, le trattava con grande ironia, come “regolarità” dell’imperfezione dei rapporti umani. La sua capacità di essere ironico e sarcastico era una straordinaria manifestazione di intelligenza: cosa rarissima nel cupo, serioso e malevolo mondo politico e accademico italiano.
Era uomo dai cento interessi: botanica, filosofia, storia, enologia, araldica. Ha scritto pagine straordinarie sul rapporto fra architettura e paesaggio. Era stato amico di Pietro Porcinai, un altro genio solitario. Ha sempre teorizzato e praticato un principio essenziale: che si deve essere estremisti nelle idee ma moderati nei fatti. La sua visione politica comporta trasformazioni radicali raggiunte con la robusta ma tranquilla espressione del consenso popolare, con il quale – ha scritto – si può fare di tutto: «Cambiare il governo, sostituire le bandiere, unirsi a un altro Paese, formarne uno nuovo». Un principio straordinario in una Italia dove c’è gente che uccide per una partita di calcio, in cui ci sono frotte di estremisti del nulla.
Non si può ricordare la figura di Gianfranco Miglio senza riconoscere il ruolo fondamentale che ha svolto nella sua vicenda umana e anche professionale la moglie Miriam, una straordinaria donna fortissima e dolce, complice e discreta. A dieci anni dalla sua morte, le idee di Miglio sono più attuali che mai, i suoi rimedi sempre più necessari e urgenti, la sua memoria vitalissima. In futuro il suo ricordo, la sua figura, il suo lavoro non faranno che acquistare valore e attualità e saranno ancora presenti anche quando dei suoi detrattori, di quelli che lo hanno chiamato manutengolo della camorra, paragonato a una flatulenza, o dipinto come un lunatico, non sarà rimasta traccia neppure nei più fetidi sottoscala della storia.

Gilberto Oneto