Roberto Giovannini, La Stampa 7/08/2011, 7 agosto 2011
TESORETTO DA 30 MILIARDI PER IL PAREGGIO DI BILANCIO
Per fare il pareggio di bilancio nel 2013 serve una montagna di soldi: dai 25 ai 30 miliardi. Un compito titanico trovare le risorse nel bilancio dello Stato, che pure se molto ampio è già stato sforbiciato negli ultimi anni. Un’operazione complicata dal fatto che come ha spiegato il ministro dell’Economia Tremonti (almeno per ora) non ci saranno nuove misure: tutto dev’essere trovato all’interno della spesa assistenziale e del sistema fiscale. Sono le due voci di spesa su cui il Parlamento ha già dato al governo una delega legislativa per varare ampie riforme che l’Esecutivo, nel corso dell’incontro a Palazzo Chigi, si è impegnato a fare di concerto con le parti sociali. Sulla carta, le due riforme serviranno per riordinare, razionalizzare, evitare sprechi, spostare risorse a vantaggio di qualcuno togliendole ad altri. Ma a questo punto assistenza e fisco diventano i «tesoretti» da cui prelevare i soldi necessari a centrare il pareggio di bilancio, cambiando moltissime voci che interessano direttamente i cittadini. Per ora sono solo ipotesi, ma possiamo provare a immaginare dove calerà la mannaia.
Cominciamo dalla delega sulla spesa assistenziale, che già oggi impegna il governo a trovare risparmi per 20 miliardi. Nel mirino ci sono «sprechi e privilegi», duplicazioni, prestazioni che vanno a chi non ha bisogno. In proporzione, rispetto al resto d’Europa, l’Italia spende meno per l’assistenza (circa il 7% del Pil), ma in cifra assoluta l’onere è notevole. Parliamo degli assegni familiari, delle pensioni sociali, delle integrazioni delle pensioni al minimo, di quelle di invalidità civile e di reversibilità per i superstiti, degli assegni di accompagnamento, dei servizi per i portatori di handicap e i non autosufficienti. La delega dice che dei principi che sarà adottato è il maggior collegamento tra prestazione e reddito percepito. In pratica, certe erogazioni non saranno più date a chi supera certi livelli di reddito, variabili a seconda del carico familiare, e da definire. Principio giusto, ma difficile da attuare in un paese con altissima evasione fiscale. Così, al reddito sarà legato l’assegno di accompagnamento, che costa 12 miliardi di euro; in altri casi - come per le pensioni di invalidità, per le quali ne spendiamo 5, per un numero esagerato di invalidi - si restringeranno i criteri per la concessione. Ad esempio dovrebbe salire dal 36 al 42% la soglia di invalidità minima. In altri casi, come per le pensioni di reversibilità, si stabiliranno criteri anagrafici o attuariali. Ad esempio, non si darà più l’assegno di reversibilità a una vedova che non raggiunge un’età anagrafica minima (in Germania e Francia è fissata a 45 anni). Oppure l’ammontare sarà calcolato in base alla speranza di vita: una vedova giovanissima avrà molto poco.
L’altro «bacino» dove trovare soldi è il fisco. Di fatto, già oggi è così: la manovra prevede che se le deleghe su assistenza e tributi non vadano in porto, verranno tagliate (in modo uguale per tutti, dunque penalizzando i più poveri) le agevolazioni fiscali oggi esistenti. Sono tante, addirittura 485, le misure che negli anni sono state introdotte per favorire (attraverso detrazioni, deduzioni, esenzioni) certe categorie, certe attività o certi comportamenti. Ovviamente, alcune si sovrappongono, altre sono inutili, altre creano comportamenti elusivi o favoriscono l’evasione. In tutto, riducono le entrate fiscali di ben 160 miliardi l’anno. Non c’è l’intenzione di abolirle di botto: in teoria il riordino dovrebbe servire per ridurre il prelievo Irpef su certe categorie, e per consentire il varo del sistema fiscale (meno progressivo, cioè più favorevole a chi ha redditi più elevati) su tre aliquote (20, 30 e 40%). Certamente una parte di queste risorse però dovrà essere impegnata per far quadrare i conti pubblici. Molte le ipotesi, per adesso ancora indefinite. Ma c’è chi dice che ad esempio la detrazione degli interessi dei mutui per la prima casa sia eliminata per i redditi superiori a una certa soglia.
L’altra misura che il governo intende attuare con il consenso delle parti sociali, o almeno di tutte meno la Cgil, è la riforma dello Statuto dei Lavoratori. In realtà la legge 300 del 1970 non verrà abolita, ma di fatto verrà superata. Lo «Statuto dei Lavori» che il governo vuole varare permetterà infatti che nella contrattazione, nazionale o aziendale, sindacati e imprenditori possano inserire ogni sorta di deroga (presumibilmente al ribasso, migliorative sembra difficile...) rispetto a quanto stabilito da altri contratti di lavoro o da altre leggi. In pratica, in uno stabilimento - magari per favorire un investimento, così come si è fatto a Pomigliano o Mirafiori si potrebbe tranquillamente firmare un accordo che stabilisce che i dipendenti possono essere licenziati solo pagando un’indennità monetaria. Aggirando così l’ostacolo dell’articolo 18. Le deroghe e gli aggiustamenti possono riguardare anche altre materie, come l’orario, e altri diritti che di fatto per il singolo lavoratore diventeranno «minori», e modificabili a piacimento dal sindacato. Lo Statuto dei Lavori invece stabilirà per tutti i lavoratori dipendenti e i co.co. pro monocommittente alcuni «diritti universali e indisponibili» su cui non si può intervenire: di associazione, di sciopero, di sicurezza sul lavoro.
Ma nel pacchetto legislativo sul lavoro ci sarà anche un’altra norma, che presumibilmente solleverà molte polemiche: la norma pudicamente definita «a sostegno dell’accordo interconfederale sulla contrattazione», ma che in realtà era stata richiesta esplicitamente dalla Fiat e promessa dal ministro del Lavoro Sacconi. Servirà per legittimare formalmente di fronte ai tribunali dove la Fiom ha scatenato molte vertenze - gli accordi di Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco.