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 2011  agosto 07 Domenica calendario

ASCESA E CROLLO DI BASSANI, L’ANTI-VITTORINI

«Editorialmente debole». Con questa formula, semplice e chiara, si potrebbe riassumere il saggio di Giancarlo Ferretti e Stefano Guerriero su Giorgio Bassani editore letterato (Manni editore, pagine 136, e 15). L’autore del Giardino dei Finzi Contini aveva un’idea di letteratura troppo rigorosa e coerente per essere anche un bravo editore, flessibile, capace di mettere da parte il proprio gusto, per inventare sorprese, per incuriosire nuovi lettori. Meglio: c’era una incompatibilità manifesta tra quell’idea di letteratura, che Bassani espresse al meglio come scrittore e come critico, e l’attività di consulente prima (dal ’ 56) e poi di direttore di collana per Feltrinelli dal ’ 58 al ’ 63. E che collana! Si trattava della «Biblioteca di letteratura» , divisa in due sezioni: «Contemporanei italiani» e «Classici moderni stranieri» . Quasi tutto ciò che la neonata casa editrice milanese andava proponendo in ambito letterario, se si eccettua l’Universale diretta prima da Bianciardi poi da Venturi.
I rapporti con Giangiacomo Feltrinelli si aprirono all’insegna della reciproca stima e proseguirono in un tono di amicizia. Ma finirono male. Per Bassani fu cruciale l’ «apprendistato involontario» in una delle riviste più importanti di quegli anni Cinquanta, «Botteghe oscure» , di cui fu redattore stabile dalla fondazione (1948) alla chiusura (1960): lì aveva messo a frutto le sue relazioni, lì aveva imparato a condurre una politica d’autore. Una politica che proseguirà in Feltrinelli, al punto da rendere legittimo considerare la rivista e la casa editrice due fasi della stessa esperienza. Per mettere a fuoco la «debolezza» di questa sua esperienza, Ferretti non esita a confrontarla con il modello Vittorini, che fu suo antagonista sia sul piano editoriale (operando sul fronte concorrente dell’Einaudi, dove dirigeva la collana dei «Gettoni» e, con Calvino, la rivista «Il Menabò» ) sia sul piano della visione poetica.
La linea di ricerca vittoriniana è molto più ricca e spericolata, se è vero che i «Gettoni» accolgono molti dei futuri protagonisti della letteratura italiana, da Lucentini a Lalla Romano, da Arpino a Fenoglio, da Rigoni Stern a Mastronardi, e si potrebbe continuare con Ottieri, Testori, D’Arrigo e molti altri. Sull’altro fronte i nomi sono visibilmente più modesti, a parte Meneghello e Tomasi di Lampedusa, che è il vero «botto» di Bassani. Senza dire che la linea Vittorini era decisamente portata per la sperimentazione e per la modernità, mentre Bassani preferiva proposte già collaudate e di ispirazione classica. Ed è proprio questo, forse, il nodo che trattenne Bassani: la cautela del suo disegno, la mancanza di quella programmatica spregiudicatezza che fu di Vittorini, ispiratore di collane di tendenza (non di rado forzando anche la volontà degli autori con editing radicali). Niente di tutto ciò in Bassani, troppo rispettoso della tradizione nel contesto di una casa editrice pragmatica, aggressiva e militante come la Feltrinelli. Essenzialmente antisperimentale in una fase in cui nasceva, in Italia, il nuovo sperimentalismo del Gruppo 63, cui Vittorini, invece, non mancò di prestare le sue onnivore curiosità.
Insomma, Bassani l’anti-Vittorini dell’editoria, obbediente più a un cauto antologismo eclettico che alla posizione militante: così, se nella sua collana si trovano eterodossi alla Meneghello o alla Guido Cavani, non mancano Anna Banti, Fausta Cialente, Brignetti, Dessì, accanto a Volponi e Fortini, o a autori provenienti dall’Einaudi come Cassola, Cancogni, Testori e lo stesso Arbasino. Erano, tutto sommato, i gusti del critico vivace, cordiale, elegante che diffidava del neorealismo e del postermetismo di maniera. Una pluralità che comprometteva in partenza l’identità che sarebbe stata tanto utile per un editore in ascesa. Lo stesso discorso vale per gli stranieri, ampiamente rappresentati (si va da Morgan Forster a Karen Blixen, da Borges alla Yourcenar): e Guerriero dimostra bene come le proposte, anche su questo versante, siano all’insegna del «canone d’autore» più che della vera e propria novità: si tratta insomma di nomi già ampiamente noti in Italia. Sin dall’inizio, con l’uscita di Casa Howard, si profila una linea senza grandi scossoni in cui si sente un’aria di famiglia con la narrativa dello stesso Bassani.
Il progressivo isolamento e infine la rottura con l’editore, che intanto andava arruolando editor giovani e vivaci come Valerio Riva, Nanni Balestrini ed Enrico Filippini, erano inevitabili. Non bisogna dimenticare che proprio a Riva, nel ’ 57, si deve l’estenuante trattativa che porterà all’uscita del Dottor Živago in prima mondiale. È vero che l’anno dopo Bassani avrebbe tirato fuori dal cappello un altro scoop mondiale, e cioè Il Gattopardo, proprio il romanzo che Vittorini, per ragioni diverse, si era lasciato sfuggire lavorando per Mondadori (in realtà la bocciatura, come precisa Ferretti, non fu piena responsabilità sua) e aveva rifiutato per Einaudi, ritenendolo inadatto allo Struzzo. Il che esacerbò i contrasti, anche pubblici, tra i due scrittori, che non mancarono di polemizzare sui giornali a proposito delle rispettive strategie editoriali vantando ciascuno i propri meriti. Ma se fu Tomasi di Lampedusa la vera, unica scoperta di Bassani, Il Gattopardo accelerò anche il suo declino: «Feltrinelli si aspettava da Bassani un Gattopardo all’anno» .
L’evento fatale sarebbe arrivato più tardi, quando cioè l’editore sposò, in evidente contrasto con la linea Bassani, lo sperimentalismo letterario nascente del Gruppo 63 affidando a Balestrini nel ’ 61 la redazione milanese, aprendo le porte al Gruppo 47 tedesco, pubblicando un romanzo di Leonetti, annettendosi la rivista «Il Verri» di Anceschi, padre nobile della neoavanguardia. I giovani neoavanguardisti non erano altro, per Bassani, che «libertini profumati, incipriati e crudeli» . Il suo isolamento romano era ormai nelle cose, tanto che le altre collane andavano ospitando i vari Sanguineti, Manganelli, Giuliani, Pagliarani, Porta. Ma il bubbone scoppiò nel ’ 63 con il rifiuto bassaniano di pubblicare Fratelli d’Italia nella Biblioteca (dove peraltro erano già usciti di Arbasino L’Anonimo lombardo e Parigi o cara). Feltrinelli decise di far uscire il romanzo in un’altra collana all’insaputa di Bassani, che venne accusato dall’editore di spionaggio editoriale a vantaggio di Einaudi (presso cui lo stesso Bassani continuava a pubblicare le sue opere). Il culmine della contesa si ebbe allorché l’editore, una domenica d’estate, fece irruzione negli uffici romani di Piazza Esedra per forzare i cassetti di Bassani alla ricerca di prove. Le prove non furono trovate. Ne seguì un processo che discolpava lo scrittore, ma la scia di veleni, dopo le dimissioni (o il licenziamento), non sarebbero finite lì e Bassani, come Cassola, sarebbe diventato, per i giovani neoavanguardisti, una Liala del ’ 63.
Paolo Di Stefano