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 2011  agosto 07 Domenica calendario

NON DATE LA COLPA ALLA COSTITUZIONE

In Italia è un vizio antico, quello di scaricare sulla Costituzione le colpe dei governi. Ma l’ultima imputazione è anche la più odiosa: i padri fondatori sarebbero i nostri affondatori. Meno male, adesso sappiamo con chi prendercela. Ecco dov’è la responsabilità della tempesta che si è abbattuta sui titoli di Stato, ecco il tappo normativo che impedisce le liberalizzazioni, ecco perché l’economia italiana cresce come un nano. E gli anni Cinquanta, quelli del boom? Non era forse già in vigore la Carta del 1947? Evidentemente dev’essersi assopita, giacché a quanto risulta non si mise per traverso. Siccome però la bella addormentata da un momento all’altro può svegliarsi, l’esecutivo ha appena battezzato due riforme. Riusciranno a placare la furia dei mercati? Dipende: se aspettano un paio d’anni — quanto serve per la doppia lettura delle Camere, per il probabile referendum confermativo, per scrivere le leggi d’attuazione— magari ne usciremo vivi. Nel frattempo è giusto misurarle senza pregiudizi. A partire dalla prima: l’obbligo costituzionale del pareggio di bilancio. Per una volta, una riforma che mette d’accordo tutti: l’opposizione di centro e di sinistra, la Confindustria e i sindacati, illustri esponenti della società civile, come Montezemolo. Ci accodiamo volentieri, però con una glossa: in un Paese normale questa riforma non sarebbe necessaria. Intanto perché l’equilibrio fra entrate e spese dipende da una mentalità, dalla cultura del buon padre di famiglia, quella che viceversa manca ai politici italiani. E in secondo luogo perché il vincolo è già iscritto nell’art. 81. O almeno era questa l’intenzione dei costituenti, come mostra uno studio di Luigi Gianniti. Basta rileggere i discorsi di Einaudi, che ne fu il proponente. Di Mortati, di Vanoni. O ancora sfogliare una relazione di Castelli Avolio, presidente della commissione Finanze della Camera, scritta il 17 febbraio 1953. Ma invece che è accaduto negli anni successivi? Quell’obbligo via via fu interpretato in modo tendenziale, trattato come il lascito d’una generazione segnata dal pesante disavanzo della guerra. Sparita quella generazione, è sparito pure il vincolo. E allora rivincoliamoci, ma a una condizione: di stabilire procedure di verifica certe e inoppugnabili. Altrimenti continuerà il giochino d’iscrivere in bilancio poste aleatorie, capitoli del libro dei sogni. E la riforma innescherà l’ennesima rissa fra i partiti. Per scongiurarla, basta introdurre un ricorso diretto alla Consulta da parte delle minoranze parlamentari, quando sospettano lo sforamento di bilancio. E c’è poi il nuovo art. 41: «Tutto è libero tranne ciò che è vietato» . La madre di tutte le liberalizzazioni, ha detto Tremonti. Ma anche il padre di tutti gli annunci, poiché il governo ne aveva già dato notizia nel giugno 2010, nel febbraio 2011, e adesso siamo a tre. Domanda: e se domani volessi costruire un superattico sopra il Colosseo, potrei farlo? No, perché la legge me lo vieta. Dunque è la legge che dovremmo casomai emendare, non la Costituzione. Anche perché quest’ultima già protegge una sfera generale di libertà degli individui (Corte costituzionale, sentenza n. 115 del 2011). Invece di scomodare Benjamin Constant, il governo farebbe bene ad applicarsi sulle riforme costituzionali che possono sgonfiare il pancione dei politici: abolendo le province, dimezzando i parlamentari, ponendo limiti alle loro prebende. Campa cavallo.
Michele Ainis