Gianni Toniolo, Corriere della Sera 07/08/2011, 7 agosto 2011
DECLINO
In principio era il debito. La guerra di Indipendenza costava; anche per i coloni valeva il detto di Luigi XIV: «C’est l’argent qui fait la guerre» . Il Secondo Congresso Continentale, che si riunì nel maggio 1785, dopo gli scontri di Lexington e Concorde, non aveva potere di imporre tasse, una prerogativa della quale le singole colonie erano gelose. Non si capisce la storia degli Stati Uniti, compresa quella di questi giorni, Tea Party incluso, senza ricordare — con Tocqueville — che lo Stato federale fu costruito dal basso verso l’alto, come unione di colonie indipendenti che facevano fronte comune contro l’Inghilterra. I delegati riuniti a Filadelfia cercarono di finanziare le armate di Washington emettendo delle specie di cambiali (pagherò), i cosiddetti «continentali» . Questi non erano molto appetibili, proprio perché emessi sulla base di una sovranità giuridicamente debole e dal futuro incerto. Chi avrebbe pagato se Washington avesse perso la guerra, come fu sovente sul punto di fare? Quando le colonie si convinsero a emettere propri debiti, furono poi lente e sospettose nel trasferire i fondi al Congresso. I soldati dell’Esercito Continentale marciavano a piedi nudi, erano malnutriti, usavano armi portate da casa. Per rimediare a questo stato di cose, il Congresso Continentale si rivolse a banchieri stranieri. Paradossalmente gli olandesi si dimostrarono più fiduciosi dei coloni nel futuro della guerra di indipendenza, rischiandovi più capitali degli stessi americani.
Lo Stato federale non sarebbe, dunque, potuto nascere senza il debito. Ottenuta l’indipendenza, Hamilton, il primo segretario del Tesoro, comprese che il debito era anche un’opportunità da non perdere nella lotta politica ingaggiata per consolidare i poteri federali. Il debito, domestico e internazionale, andava pagato e per farlo era necessario che il governo federale avesse, insieme al monopolio di emettere moneta, il potere di imporre proprie tasse. Così l’indebitamento consentì non solo l’indipendenza ma anche la vittoria dei federalisti su chi voleva tenere il governo federale ostaggio degli Stati.
Nonostante la virulenza della polemica federalista, spesa e debito federali restarono molto bassi sino alla guerra civile. Se gli inglesi uscirono dalle guerre napoleoniche (e americane) con un debito pubblico che sfiorava il 200 per cento del Pil, quello dei neonati Stati Uniti non superava probabilmente a fine Settecento il 30 per cento e si ridusse quasi a zero tra il 1830 e il 1860. Per capire la virulenta polemica attuale sul debito, destinata forse a decidere le elezioni del 2012, ricordiamoci che, sino agli anni Novanta del secolo scorso, gli Stati Uniti hanno avuto, a parte la Seconda guerra mondiale, a paragone dell’Europa, livelli di indebitamento incredibilmente bassi (mai superiori al 40 per cento del Pil). La stessa guerra civile, il bagno di sangue il più traumatico della storia americana, ebbe ripercussioni relativamente modeste sul debito che raggiunse solo il 40 per cento del Pil e venne poi progressivamente quasi azzerato. Diverso esito ebbe il debito emesso degli Stati confederati il cui default rovinò molti patrioti che avevano creduto nella causa secessionista. Anche questo pesa sulla memoria collettiva: fino a pochi anni fa era la bandiera confederata, non quella a stelle e strisce, a sventolare sul Parlamento del Sud Carolina.
Durante la Prima guerra mondiale il debito Usa rimase modesto. Crebbe un po’ con la Grande Crisi degli anni Trenta e raggiunse il 110 per cento durante la Seconda guerra mondiale. Bilanci in pareggio e rapida crescita consentirono di riportare il debito poco sopra il 20 per cento tra il 1970 e il 1980. La storia più recente è nota ma va sfatato un mito, quello del successo di Reagan nel ridurre tasse e disavanzo: durante la sua presidenza, il debito schizzò da poco più del 33 per cento (nel 1980) al 52 per cento del Pil (nel 1988). È un tributo alle grandi capacità di comunicazione del presidente attore il fatto che ancora lo si ricordi come l’ingegnere di una politica conservatrice di prudenza fiscale.
Obama ereditò un indebitamento federale pari al 69,4 per cento del Pil (2008). Ha poi affrontato la Grande Recessione anche con lo «stimolo» della spesa pubblica. Chiunque in questi anni abbia percorso gli Stati Uniti in automobile ne ha avuto prova tangibile dai cantieri stradali aperti dappertutto. Obama ha seguito, con maggiore determinazione, la lezione di Roosevelt (che fu «fortunato» a finire la presidenza con una guerra non solo ormai vinta ma anche straordinariamente espansiva per il sistema industriale) e si ritrova, secondo le previsioni ufficiali, nel 2011 con un rapporto debito/Pil del 102 per cento. Lo «stimolo» gli è oggi rimproverato dal Tea Party e dalle agenzie di rating. Può costargli la presidenza. Se ciò è comprensibile alla luce di una tradizione americana di disavanzi e debiti moderati, preoccupa per i paletti che mette nel caso di una futura grande depressione. Il bilancio in pareggio è indispensabile nel medio termine (lungo il ciclo direbbero gli economisti) ma è pericoloso porre vincoli politici o legislativi all’espansione fiscale nelle depressioni. L’esperienza della Germania nel 1931 è lì a dimostrarlo.
Gianni Toniolo