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 2011  agosto 07 Domenica calendario

I GUARDIANI DEL RATING PIU’ AGGRESSIVI DOPO FLI ERRORI SULLA CRISI —

Duemila miliardi di dollari in più o in meno— tale è l’errore di calcolo ammesso da Standard &Poor’s — non cambiano il risultato: si passa a una nuova era. Fino a ieri i titoli di Stato americani— cuore del sistema finanziario globale — equivalevano al rischio zero per ogni investitore del mondo; da domattina, non più. La responsabilità che si è presa l’agenzia di rating americana, controllata dal gruppo McGraw-Hill, è dunque enorme. E bisogna ammettere che il fegato di confermare il giudizio anche dopo avere scoperto di avere fatto un errore enorme nei conti che l’hanno accompagnato è notevole. Oltre alle conseguenze che avrà per gli investitori, la decisione rimette con violenza al centro della discussione il ruolo delle agenzie di rating. Le americane Standard &Poor’s (S&P) e Moody’s, alle quali di recente si è aggiunta Fitch (con sede a New York ma controllata da interessi francesi), sono infatti arbitri contro i quali sempre più spesso vanno le proteste e le minacce di giocatori importanti, in particolare i governi che ne subiscono un declassamento. Nelle ultime settimane, S&P è finita sotto enorme pressione dell’Amministrazione americana affinché non togliesse la Tripla A al debitore sovrano Stati Uniti: l’agenzia aveva annunciato il 14 luglio che avrebbe valutato la solvibilità del Paese e aveva fatto intendere di essere orientata al temuto downgrade. Ciò nonostante, ha confermato le sue intenzioni e ora affronta i fulmini della Casa Bianca. Ieri il giudizio che porta la firma di Nikola Swann, l’analista basato a Toronto. La società nasce nel 1860 per accompagnare l’espansione delle compagnie ferroviarie americane: Henry Varnum Poor pubblica notizie sulla loro solidità finanziaria e operativa. Da allora, quel nome diventa l’ombra dello sviluppo del capitalismo americano, diventa di casa a Wall Street e i suoi giudizi vengono ascoltati da ogni investitore. Con il passare dei decenni, si trasforma in un business mondiale: diecimila analisti studiano e giudicano i conti e le finanze di Stati e imprese ed emettono giudizi sulla loro solvibilità. Il valore di S&P e delle altre due agenzie di rating per i mercati è questo: informare sul rischio di ogni investimento in obbligazioni, pubbliche o private. Al punto che banche, fondi, compagnie di assicurazione si danno regole secondo le quali un titolo può essere comprato solo se ha un rating di una certa qualità: alcuni (non molti) esigono la Tripla A, altri si accontentano di due o di una A e così via. Standard &Poor’s, Moody’s e Fitch diventano così giudici potentissimi. Con una funzione più che delicata: se sbagliano, fanno sbagliare tutti. E proprio questo è uno dei loro guai del momento. Negli anni passati hanno sbagliato parecchio nel giudicare i complicatissimi strumenti finanziari costruiti negli Usa sui mutui immobiliari: come chiunque altro, non ne capivano niente né il valore né il rischio, ciò nonostante per anni li premiarono con una Tripla A. Con questa assicurazione, i mercati corsero follemente fino al crollo dei subprime mortgages nel 2007 e alla drammatica crisi che ne è seguita. Da allora, le agenzie di rating sono sotto l’attacco dei governi, che ne vogliono ridimensionare il potere, e sotto osservazione dei regolatori internazionali che le vogliono rendere più trasparenti e affidabili. Nel frattempo, le tre big hanno reagito alla crisi di credibilità diventando più aggressive (ma anche più precise) proprio nel giudizio dei debiti pubblici, nei cosiddetti rating sovrani. In Europa lo si è visto nei mesi scorsi. Ieri lo si è sperimentato con la clamorosa decisione di S&P, spesso considerata la più aggressiva delle tre. In teoria, leggere il bilancio di uno Stato dovrebbe essere più semplice che capire i prodotti finanziari sintetici del decennio scorso costruiti su mutui e debitori sconosciuti . Si possono fare errori da duemila miliardi, ma si è subito scoperti. Ciò nonostante, Washington è su tutte le furie e con ogni probabilità si unirà ai governi europei che da tempo chiedono più regole per le big three e più concorrenza nel settore, e pensano a qualche organismo che dia un rating alle agenzie di rating. In attesa, Standard &Poor’s ha però fatto in tempo a dire che la finanza mondiale ha cambiato era.
Danilo Taino