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 2011  agosto 07 Domenica calendario

STEFANO BOLLANI

Se al posto di Stefano Bollani ci fosse Miles Davis, l´assistente di studio del programma RaiTv avrebbe un occhio nero. «Le dispiacerebbe limitare la sua "esibizione" a tre minuti e mezzo?». Lui paziente: «Sì, stia tranquilla, non un secondo di più». Lei imperterrita: «Il pubblico rischia di deconcentrarsi durante "un brano musicale" troppo lungo». Excusatio non petita. Il pianista acconsente e più serafico di un monaco buddista continua a inseguire i suoi pensieri. «Avevamo in casa un organo Bontempi e io a sei anni ci mettevo le mani sopra. Allora mi chiesero, vuoi prendere lezioni di piano? E io: sì, certo. A quel punto comparve in salotto un pianoforte verticale. Confesso, iniziai a suonare per poter fare il cantante. Nella mia immaginazione quello era lo strumento che mi sarebbe servito un giorno per accompagnare la voce. Ero appassionato di canzonette, il mio idolo era Celentano, lo imitavo in playback davanti allo specchio. Finché non mi capitò tra le mani una cassetta di Renato Carosone e fu amore a prima vista. Era tutto quello che io avrei voluto diventare: cantava, suonava il piano ed era divertente. A undici anni gli scrissi, e alla lettera allegai una cassetta con le sue canzoni cantate da me in un improbabile napoletano. Incredibile, mi rispose: poche righe in cui mi consigliava di studiare il blues. Lì iniziò la febbrile ricerca di vecchi dischi, che mi ha portato fino al jazz e alla passione per la musica afroamericana. Cominciai a studiare con Luca Flores (1956-1995) - il pianista su cui Veltroni ha scritto Il disco del mondo, che poi è diventato un film Piano, solo, in cui Flores è interpretato da Kim Rossi Stuart. A dodici anni ero già un talebano del jazz. Flores mi ha trasmesso lo stupore di fronte al mistero dell´improvvisazione. Lui era timido, io un bambino, non gli chiedevo mai nulla. Senza parlare mi ha insegnato che la musica è materia viva, quella che ho sempre poi voluto sotto le mani».
Trentanove anni, sangue lombardo-veneto, «ma passo per esser fiorentino, perché ormai ci ho trascorso tanto di quel tempo», Stefano Bollani ha ereditato da Carosone la simpatia contagiosa e un senso dell´umorismo che conquista. La comicità del ragazzone che le donne trovano irresistibile - lui e Fresu sono i tombeur de femmes del jazz Mediterraneo, come Gerry Mulligan e Chet Baker negli anni del cool-Pacifico - è una dote ormai familiare anche al pubblico televisivo. Bollani è un imitatore formidabile. Jovanotti, Arbore, Caetano Veloso, Enrico Rava: è capace di riproporre le voci con una fedeltà sorprendente. Ma non è per far ridere l´Italia che si è diplomato al conservatorio e ha inciso in quindici anni due dozzine di album per etichette prestigiose come Label Bleu, Ecm, EmArcy e Verve. Alcuni con sorprendenti risultati commerciali, come BollaniCarioca, Rhapsody in Blue, insieme a Riccardo Chailly e alla Gewandhaus di Lipsia (un caso discografico: è entrato nelle classifiche pop con oltre sessantamila copie vendute) e il recente Big Band!.
«Il conservatorio lo pativo un po´», racconta. «Ero la pecora nera. Può immaginare la faccia che facevano quando mi sentivano suonare Oscar Peterson e Carosone. "Questa non è musica! Siamo una scuola seria!", dicevano. Non mi piaceva la musica classica. Cominciai ad apprezzarla solo l´anno del diploma, nel ´93, quando ancora lì dentro sembrava di vivere nell´Ottocento. Ero intrippato con blues e jazz; rock e pop sono arrivati dopo, intorno ai vent´anni. Prima era solo jazz anni Cinquanta, quasi esclusivamente bebop; avrei voluto stare sulla 52esima con Charlie Parker, Art Blakey e Horace Silver. E volevo essere nero. A quindici anni cominciai a fare "la professione". Nel senso... a percepire un cachet. Alla fine sono ventitré anni che suono».
Il Conservatorio Luigi Cherubini, lo stesso in cui Flores si diplomò in pianoforte, gli ha messo in mano una tecnica invidiabile, quella che oggi gli permette di muoversi con grande libertà. «Infatti è stato utilissimo», ammette, «ma è pur vero che molti dei musicisti che io amo non hanno nessuna formazione accademica. Oggigiorno sono tutti bravi ragazzi, non si drogano, sono colti, hanno manager e ufficio stampa, ma i jazzisti con i quali io sono cresciuto erano maledetti e autodidatti. I miei idoli. Gli eroi dello swing, primo fra tutti Buscaglione. E tra i pianisti, Oscar Peterson, perché era velocissimo, e Art Tatut (Flores mi fece ascoltare Bill Evans, che invece non penetrai immediatamente, avevo tredici anni). Poi Miles Davis e Chet Baker. Infine, Joao Gilberto e Caetano Veloso per la semplicità e la purezza, che io rincorro sempre; riescono a commuovere con tre accordi, allora mi dico, cazzo! forse ho studiato troppo. Non voglio perdere in comunicazione, diventare troppo tecnico e dimenticare l´intensità di quelli che amo, come Sinatra, o Chet quando canta».
Il pop, diavolo tentatore, era dietro l´angolo. «Volevo fare il pianista jazz e basta, ma dopo il diploma Raf mi chiamò a suonare le tastiere nel suo tour. Avevo avuto una breve esperienza nel gruppo rock fiorentino La Forma Srl, in cui cantava Irene Grandi (ne esiste testimonianza in un infame live registrato all´Anfiteatro delle Cascine davanti a venti persone, compresi noi sette sul palco), ma non mi era piaciuta. Era un mondo in cui non si parlava mai di musica (sbuffa, ndr), io a diciannove anni avevo voglia di scambiare dischi con i coetanei, che invece ascoltavano i Duran Duran. Quando finalmente avrei potuto parlare di musica, mi ritrovai a suonare con Raf». Al pop lo strappò Enrico Rava, che incontrò nel ´96. Gli disse: «Non hai famiglia, sei giovane, chi te lo fa fare? Lascia perdere». E lui, che stava per partire in tour con Jovanotti, mollò tutto. Rava lo aveva ammonito: «Se fai quella cosa lì, nessuno ti chiamerà più a suonare il jazz». «In realtà quando entri nel circuito pop sei considerato un musicista non disponibile, inaffidabile, i tour dei grandi artisti pop durano anche un anno, a quel punto per il jazz restano solo ritagli di tempo», spiega Bollani. «Così mollai tutto e mi misi nelle mani di Rava. In realtà la sua fu solo una spinta morale, non mi aveva fatto promesse. "Lascia Jovanotti e vedrai che pian piano comincerai a suonare jazz", e aveva ragione. Grazie al trombettista ho conosciuto i produttori dell´etichetta con la quale ho inciso i miei primi dischi e Manfred Eicher della Ecm. La seconda volta che suonammo insieme fu a Parigi, dove collaborai con Aldo Romano, Gato Barbieri e Jimmy Cobb. Il musicista jazz vive di incontri, la vita è l´arte dell´incontro (dice imitando alla perfezione Vinicius de Moraes, ndr). La popstar che viaggia in prima classe e i musicisti della band nel furgone è un modulo che nel jazz non esiste. Anche Davis, leader spietato, era sempre aperto alle collaborazioni. Enrico, per esempio, non mi ha mai spiegato nulla, mi ha insegnato tutto con la complicità di un fratello maggiore. Avevo un mio gruppo, L´Orchestra del Titanic, con il quale volevo fare il demagogo, impartire lezioni, e invece vedevo Rava che non diceva nulla, che mi faceva capire suonando. Allora cambiai atteggiamento. Una volta mi disse: "Se chiami a suonare un musicista che stimi, non ha senso che gli dici cosa deve fare. È un principio cardine nel jazz"».
L´assistente di studio si affaccia per sincerarsi che i tre minuti e mezzo saranno duecentodieci secondi e non uno di più. Bollani la rassicura. «Diciamoci la verità, cosa ci va a fare uno in televisione? A farsi pubblicità», minimizza. «Non sarò mai soddisfatto di un´apparizione in tv come di un disco o di un concerto. Oggi la musica sul piccolo schermo - purtroppo - è solo uno spot pubblicitario che racconta a un pubblico che non ti conosce che esiste qualcos´altro oltre a Lady Gaga. Tu entri per un attimo, lanci il tuo messaggio e fuggi per non essere divorato. Non la guardo. È più istruttivo YouTube. Ne intuii il pericolo quando Arbore mi chiamò la prima volta nel suo spettacolo (Meno siamo meglio stiamo). Fu lui a scoprire la mia capacità di far ridere durante una serata tra amici. Disse, perché non vieni in tv e fai un brano musicale e poi uno sketch (ora parla con la voce di Renzo, ndr)? Avevo cominciato a imitare i cantanti nel ´94, gag tra amici. Ero bravissimo a fare Paolo Conte».
Bollani è uno di quelli che ovunque lo metti fa la sua figura. Con la prestigiosa orchestra sinfonica di Lipsia o con la NDR Big Band di Amburgo. In tv a fare il comico, a Caterpillar su Radio Due o a Il Dottor Djembe: via dal solito tam tam su Radio Tre, al Blue Note di New York o in tour con Chick Corea. Persino in libreria, dove il Gran Visir del Sultanato dello Swing, come è stato battezzato da Freddy Colt, è presente con L´America di Renato Carosone e La sindrome di Brontolo. Fa tanto, e bene. «Suono circa duecento concerti all´anno, ormai è diventato il mio ritmo. Anche durante il conservatorio mi esibivo tre sere alla settimana. Logorante? Ancora no. Chissà quando sarò più vecchio… Solo Fresu fa più concerti di me. Siamo due workaholic. Il palco ci rigenera. Spengo il telefonino, faccio il mio dovere e ne ricavo piacere, sto bene, è il mio lavoro, mi appassiona. La gente ha pagato il biglietto e io suono per loro. Questa per me è la vera libertà».
L´assistente di studio irrompe sussiegosa. «Tra dieci minuti siamo pronti per registrare. Io mi limiterei a tre minuti secchi, ce la fa a tagliare trenta secondi?». La notizia scivola sul buonumore di Bollani e rimbalza sul pavimento del camerino senza far rumore. Il jazz è altrove.