FEDERICO RAMPINI , la Repubblica 7/8/2011, 7 agosto 2011
COSÌ LA NUOVA SCHIAVITÙ DEI DEBITI INCROCIATI CREA IL CONTAGIO GLOBALE
new york - Siamo tutti schiavi dei debiti. Non solo il nostro debito pubblico, anche quelli altrui. È una delle facce della globalizzazione: i vasi comunicanti del credito non conoscono frontiere, la finanziarizzazione ha trasformato ciascuno di noi (spesso inconsapevolmente) in un debitore-creditore esposto ai giudizi dei mercati, l´interdipendenza avvinghia tutti. Ma questo è l´approdo finale di un´evoluzione voluta, che per lungo tempo abbiamo considerato positiva: la dipendenza dai mercati è stata teorizzata come un modo per rendere i nostri governi più oculati, meno demagogici e irresponsabili nella gestione delle finanze pubbliche. Se la Bce è costretta a "commissariare" il governo Berlusconi su mandato franco-tedesco e con la benedizione di Washington, è perché prima i mercati hanno sfiduciato la politica di bilancio italiana.
Angela Merkel, checché ne pensino i suoi elettori, non agisce per "altruismo europeista" quando deve farsi carico obtorto collo della crisi italiana, greca, spagnola: le banche tedesche detengono titoli pubblici italiani per l´equivalente di 190 miliardi di dollari, spagnoli per 238 miliardi, irlandesi per 184 miliardi, portoghesi per 47 e greci per 45 miliardi. In tutto superano i 500 miliardi di euro. Questo significa che la sola esposizione delle banche tedesche verso gli anelli deboli dell´eurozona supera ampiamente le risorse del fondo speciale varato a Bruxelles per tamponare le bancarotte sovrane. Chi ripianerebbe quelle perdite, se non gli azionisti tedeschi, i risparmiatori tedeschi, i contribuenti tedeschi? La Francia sta peggio, per la quantità di titoli pubblici italiani posseduti dalle sue banche: più del doppio rispetto alle banche tedesche. Ecco perché la sfiducia dei mercati verso l´Italia ha già lambito anche la Francia: attraverso le sue banche, la trasmissione del "male latino" sarebbe rapida e implacabile.
Questo si ripete, moltiplicato su scala ben più vasta, con il debito degli Stati Uniti. Il declassamento annunciato da Standard&Poor´s è un problema globale, perché i titoli del Tesoro Usa sono nelle riserve di tutte le banche centrali del pianeta, nei fondi comuni d´investimento europei (soprattutto i più "sicuri", cioè i fondi monetari), nei fondi pensione, nel capitale prudenziale delle banche commerciali dove teniamo i nostri depositi. La dura reazione della Cina dopo il declassamento si spiega col fatto che la seconda economia mondiale è a sua volta vulnerabile: la sua banca centrale è pericolosamente squilibrata per il peso dominante dei Treasury Bond Usa nel suo bilancio. Qualunque perdita di valore – non parliamo di un default – sui titoli Usa si rifletterebbe nell´intero sistema bancario cinese. Rilanciando le critiche interne allo stesso partito comunista, dove un´ala nazionalista contesta da tempo il ruolo di "creditore" degli Stati Uniti.
Il debito americano è il più onnipresente nel resto del mondo. La Cina ne detiene quasi un decimo seguita da Giappone col 6,5%, Inghilterra col 2,4%, paesi Opec con 1,6%, Brasile 1,5%. Ma anche tutti gli altri paesi ne hanno la loro parte, il 10,7% è suddiviso in un elenco interminabile di altri creditori esteri "minori". Sono frazioni percentuali per ciascun paese, ma sono frazioni pesanti perché misurate su un totale che si avvicina a 15.000 miliardi di dollari. In valore assoluto gli investimenti cinesi in titoli del debito Usa si avvicinano a 1.300 miliardi (inclusi quelli di Hong Kong), il Giappone supera i 912 miliardi. Alcuni paesi sono esposti anche attraverso investimenti in piazze finanziarie come Londra e Zurigo, il che spiega l´alta quota di debito americano in Inghilterra e Svizzera.
Come siamo arrivati fin qui? Per quanto riguarda il debito Usa, la sua diffusione globale è la confluenza di diverse evoluzioni. Da una parte c´è la dimensione assoluta di quel debito che cresce a gran velocità (era la metà di quello attuale, 7.800 miliardi, nel 2005) e non può essere tutta finanziata all´interno perché l´America non risparmia abbastanza. L´altra faccia di questa carenza di risparmio domestico, è l´eccesso di importazioni che ha arricchito paesi come Cina, Giappone, Brasile: di qui i loro enormi attivi commerciali che vanno investiti in qualche modo. E i titoli del Tesoro Usa hanno il vantaggio di rappresentare la più grossa economia mondiale; inoltre sono molto "liquidi", si comprano e vendono molto facilmente nella più avanzata piazza finanziaria del pianeta. L´internazionalizzazione del debito americano aumenta al ritmo del 10% annuo. L´origine è antica: risale al fenomeno degli euro-dollari ai tempi dell´Amministrazione Nixon che doveva finanziare all´estero la guerra del Vietnam, proseguì con i petro-dollari quando l´Amministrazione Carter dovette fronteggiare il primo shock petrolifero. Il pensiero neoliberista, ma anche la sinistra ai tempi di Bill Clinton e Tony Blair, ha sposato l´idea che i mercati "disciplinano" gli Stati. Non è del tutto sbagliato: il debito pubblico italiano cresceva anche all´epoca delle restrizioni ai movimenti di capitali, ma veniva finanziato d´autorità dalle banche, cioè in ultima istanza dai risparmiatori. Senza che neppure se ne accorgessero.