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 2011  agosto 07 Domenica calendario

IL VERO SCIVOLONE AVVENNE QUATTRO ANNI FA

Mancavano sei anni, agli Stati Uniti, per festeggiare un secolo di tripla A ininterrotta, ai vertici dell’affidabilità delle finanze pubbliche. Quasi 100 anni in cui l’Europa si suicidava due volte, il Giappone doveva ripartire da sottozero, e la Russia bolscevica che nasceva nello stesso 1917 in cui il debito americano otteneva da Moody’s il voto massimo non riusciva mai a diventare un gigante economico e alla fine si afflosciava. È stato il Secolo americano, e fra i suoi simboli c’era anche il rating massimo.

Ora qualcosa cambia, anche se non è Moody’s per ora a farsi sentire. Si parlerà ancor più di declino degli Stati Uniti. Sarebbe meglio aspettare. Il prossimo Congresso e la prossima presidenza, dal 2013, decideranno la partita. La decisione di abbassare un rating aggiudicato ininterrottamente dal 1941 quando Standard & Poor’s riorganizzò struttura e valutazioni, è stata spiegata con l’inaffidabilità della politica dopo il pasticcio tra democratici e repubblicani sulla riduzione del debito conclusa più da un rinvio che da una decisione. L’amministrazione Obama è insorta, S&P ha ammesso errori di stima numerica ma confermato il giudizio, un Paul Krugman infuriato ha detto che l’agenzia di rating con tutte le pessime figure fatte ipervalutando le emissioni di carta straccia di qualche anno fa doveva solo stare zitta.

Ma lo stesso Krugman ammette che sono i trend di lungo periodo a pesare.

La realtà è che la classificazione più bassa del debito arriva con quasi tre anni di ritardo rispetto al verdetto dei mercati. Che ci fu il 7 settembre - non il 14 con il fallimento di Lehman Brothers - del 2008, con la nazionalizzazione di fatto delle due megafinanziarie immobiliari semipubbliche Fannie e Freddie. Nelle sue memorie l’allora ministro del Tesoro, Henry Paulson, ricorda la corsa agli sportelli che ci fu da tutto il mondo quando ai primi di quel settembre andarono male i rinnovi del debito obbligazionario di Fannie e Freddie, allora e oggi giganti senza confronti con oltre 5 mila miliardi di assets, e che avevano venduto titoli a piene mani perché Washington garantiva. Telefonavano ministeri del Tesoro e Banche centrali. «Volevano sapere se gli Stati Uniti avrebbero tenuto fede alla garanzia implicita - ricorda Paulson - e che cosa questo avrebbe voluto dire per gli altri impegni americani, come titoli del Tesoro». Per la prima volta dal 1917 non era più l’America a parlare ai mercati, ma erano i mercati - e i grandi creditori soprattutto asiatici - a parlare all’America. Ed è qui che gli Stati Uniti, di fatto, hanno perso la tripla A. Anche perché non nazionalizzavano formalmente le due megafinanziarie, per non dover iscrivere a bilancio anche Fannie e Freddie, che comunque come ha ripetutamente detto e scritto anche Tim Geithner, successore di Paulson, sono «pienamente garantite», cioè gravano sul debito. E lo fanno, secondo un calcolo più che ottimistico che ripetutamente il Sole ha ricordato, per non meno di 3mila miliardi. Che non figurano sui libri mastri, ma ci sono, da onorare. Il secondo, di fatto, debito sovrano al mondo sul Pil, dopo quello del Giappone che riceve da S&P un AA-, non è credibile con la tripla A. Dopo l’inefficace show fra i due partiti, la settimana scorsa, non restava che prenderne atto.

Lo stesso Krugman ammette che il vero nodo è il controllo della spesa sanitaria. È un’impresa colossale, pari solo a quella di ricondurre a livelli meno scandalosi l’evasione fiscale italiana sul reddito. In America la sanità ha un costo pro capite di circa 7.500 dollari contro i poco più di 4mila del Canada e una media Ocse di circa 3.300. Oltre ad assicurazioni, reti ospedaliere e farmaceutici, ci sono vasti interessi professionali: delle dieci professioni meglio pagate d’America, nove sono legate alla sanità.

La tripla A del 1917 era il successo contabile di un paese che fu la Cina di fine 800, incredibile fabbrica di successi, che 45 anni prima aveva battuto il Pil inglese, 10 anni prima il Pil pro capite inglese e che, unico, mantenne l’ancoraggio all’oro durante la prima Guerra mondiale, e che con il conflitto divenne di colpo da debitore netto, creditore netto dell’Europa, cioè del mondo, allora. «È il nostro momento, dobbiamo mettere ordine in casa, e prenderemo il posto della Gran Bretagna», aveva scritto nell’estate del 14 Henry Lee Higginson, anziano finanziere di Boston, al presidente Wilson. Ha funzionato benissimo per quasi un secolo. Adesso anche in America, come in varie penisole d’Europa e altrove, bisogna rimettere ordine. • PAROLA CHIAVE TEA PARTY - Sono un movimento conservatore, populista e libertario emerso nello scenario politico americano nel 2009 e affermatosi nelle elezioni del 2010 attraverso una lunga serie di proteste e manifestazioni locali coordinate a livello nazionale. Hanno slogan radicali, chiedono meno Stato e meno tasse. La loro ispirazione culturale e politica viene da molto lontano nella storia degli Stati Uniti: dalla Boston del 1773, quando i coloni americani buttarono in mare le balle contenenti il tè per protestare contro le tasse imposte dal Governo inglese. Sono la forza nuova della destra americana, tra i leader di riferimento hanno Sarah Palin già candidata alla vicepresidenza nelle elezioni del 2008. Hanno costretto il partito repubblicano a rivedere la piattaforma politica: si sono battuti con forza contro la riforma sanitaria del presidente Barack Obama e hanno avuto un ruolo non secondario nel recente dibattito al Congresso sfociato nell’accordo sul tetto al debito pubblico. Per molti analisti politici tuttavia potrebbero fare la fortuna di Obama: la sfida con un candidato dei Tea Party permetterebbe all’attuale presidente di conquistare l’elettorato moderato, storicamente decisivo per la corsa alla Casa Bianca