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 2011  agosto 07 Domenica calendario

LO SPERICOLATO ESERCIZIO DEL RATING

Un errore da duemila miliardi?! La cattiva fama di cui godono le agenzie di rating rende ormai tutto verosimile, e se la realtà è molto diversa, non è rassicurante.

Perché nei fatti la Standard & Poor’s, nei suoi colloqui con l’Amministrazione Usa, ha ammesso l’"errore" - che riguarda le spese discrezionali, non facili da prevedere - ma è rimasta ferma nella sua decisione di abbassare il voto degli Stati Uniti. Come se quella cifra - rispetto a un debito di oltre 14mila miliardi - non fosse rilevante...

L’agenzia ha spiegato che è proprio così, che in un orizzonte di cinque anni, e in rapporto al Pil, la differenza è minima; e ha precisato che anche il suo scenario "migliore" sull’andamento di debito ed economia è incompatibile con un rating superiore ad AA+: al massimo spingerebbe a portare l’outlook da negativo a stabile.

Il pregiudizio rende un po’ scettici. Cosa vuole dimostrare la Standard & Poor’s? La domanda è importante perché l’agenzia ha espresso un giudizio non solo diverso da quello di Moody’s e Fitch (che hanno tenuto la tripla A) ma anche incoerente con le quotazioni di mercato. I titoli Usa a cinque anni - l’orizzonte temporale adottato dalla S&P’s - rendevano venerdì l’1,25%, meno di quelli di altri paesi AAA (il Canada rende l’1,80%, la Francia il 2,18%, la Germania l’1,47% e la Gran Bretagna l’1,32%). Passando ai (due) paesi AA+, si scopre che il Belgio rende il 3,62%, la Nuova Zelanda il 3,67%. Anche tenendo conto del fatto che gli acquisti della Fed alterano le quotazioni (oltre alle diverse dimensioni delle economie), sono davvero tanto più alti i rendimenti "giusti" degli Usa?

La risposta non è semplice; e non è facile dimenticare che il rating dei grandi paesi è una forma di pubblicità, per le agenzie. Non viene elaborato a pagamento, come avviene per gli emittenti privati, e nei fatti serve sia per "essere presenti" sia per mostrare l’affidabilità e la serietà dei voti su strumenti - i bond - molto liquidi e ben conosciuti dagli investitori. È difficile pensare, infatti, che sui titoli americani il rating possa fare la differenza: troppa è l’attenzione degli investitori su qualunque elemento possa influire su quotazioni e rendimenti.

È possibile, allora, che S&P’s stia (ri)costruendo, con decisioni come quella di venerdì notte, un’immagine di severità per i suoi voti. Per convincere gli investitori quando dovranno affidarsi solo a lei, per esempio, su obbligazioni strutturate "opache", costruite con criteri segreti, di proprietà dell’emittente. Tutti si ricordano quali sono questi prodotti: sono stati protagonisti della crisi scoppiata nel 2007 (e spesso avevano una tripla-A).

Le cose sono forse più complicate. Non si può ignorare che dietro le differenze di valutazione c’è tutta l’equivocità della contabilità pubblica. Si ragiona su debiti e deficit come se fossero fatti; ed effettivamente l’ammontare dei titoli di stato sono un dato preciso; ma esaurisce tutta l’esposizione di un governo?

I bilanci statali sono in realtà imperscrutabili, a causa delle unfunded liabilities. È un debito, o no, l’impegno del governo a riconoscere sussidi ai (futuri) disoccupati, a pagare le spese mediche, a versare pensioni? Laurence Kotlikoff, economista della Boston University, pensa di sì e spiega che la differenza è solo terminologica. Per lui gli Usa sono quindi da tempo in bancarotta, e ha calcolato che già nel 2006 il debito nascosto Usa era di almeno 65mila miliardi (e quello italiano superava il 200% del pil...).

Il discorso di Kotlikoff porta alle estreme conseguenze le difficoltà nell’elaborare proiezioni sull’andamento del debito, molto diverse tra loro. Troppe le assunzioni: le previsioni sulla crescita, sull’inflazione, sui tassi, sulla legislazione (il più delle volte considerata "immobile"). E non è neanche ininfluente il fatto che nell’elaborazione dei rating sovrani anche la politica abbia un voto: giustamente, perché i mercati costruiscono la loro fiducia sulla credibilità dei governi; ma è evidente che il giudizio è difficilmente oggettivo. Lo spettacolo offerto dalle forze politiche americane - il cinico gioco negoziale ma anche la loro impotenza - è valutato negativamente dalla S&P’s; ma è anche vero che le quotazioni, da quella commedia, non sono rimaste particolarmente impressionate.

Chi sbaglia allora: la molteplicità degli investitori (un po’ viziati dalla Fed...), il ristretto gruppetto di analisti di Moody’s e di Fitch, o quello della S&P’s? Ecco una domanda da 14mila miliardi di dollari.