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 2011  agosto 06 Sabato calendario

PAURA E REALTÀ SUL BTP CHE SALE AL 7%

Un fantasma si aggira sui mercati: i tassi italiani al 7 per cento. Con i BTp ormai vicini alla soglia critica che alcuni indicano di non ritorno, le suggestioni sul default italiano abbondano. E purtroppo, alimentandosi di paure invece che di ragionamenti, sono proprio le suggestioni ad armare gli speculatori. In questo senso, la prima cosa da sfatare è che i BTp al 7% ci rendano automaticamente insolventi. Niente di più falso: come hanno calcolato bene sia Fitch che Morgan Stanley (che di italiano hanno ben poco), il nostro debito pubblico ha oggi una maturità media di sette anni e un tasso di interesse decisamente basso, pari a circa il 4 per cento. Ciò significa che il nuovo livello dei rendimenti raggiunto tra fine luglio e ieri impiegherà un arco sufficiente di tempo prima di farsi sentire in modo insostenibile in termini di servizio sul debito. Le stime dei tecnici (ripetiamo: americani, non italiani) dicono che se anche il BTp arrivasse al 7% a forza di scossoni e ci restasse poi a lungo, la spesa dello Stato per gli interessi sul debito salirebbe al 6,1% del Pil nel 2015 contro il 4,8% attuale: è un livello elevato, ma ben inferiore a quelli toccati negli anni 80 e 90. L’Italia ha anche un surplus del bilancio primario (che esclude il servizio sul debito), un fatto che ci permette di avere una posizione ben differente da quella greca o portoghese.
Che significa tutto ciò? Che almeno nel breve termine, non esistono rischi di default. Detto questo, il quadro di medio-lungo periodo è ben diverso: l’Italia deve crescere per non venire travolta. Senza vere riforme strutturali nella spesa e senza piani di crescita dell’economia che ci permettano di uscire dalla stagnazione attuale, il rischio di cadere nel precipizio tra qualche anno diventa davvero concreto. Anzi, saranno i partner europei e i mercati (quindi non solo gli speculatori) a buttarci giù dalla rupe. Insomma, l’attacco ai BTp c’è stato e la corsa dei rendimenti va fermata subito con atti concreti. Ma più che di un tentativo di mettere al tappeto l’Italia si è trattato di un chiaro avvertimento al Governo: il tempo per agire c’è, l’importante è non sprecarlo. Questi esami, e la Grecia lo sa bene, non hanno appello.