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 2011  agosto 04 Giovedì calendario

HO TROVATO DUE NUOVE TESTIMONIANZE PER DARE RAGIONE A MIO PADRE, IL GIUDICE SCOPELLITI

«Mio padre è stato tradito dai suoi colleghi. Tradito dalla giustizia. È stato tradito da tutto quello in cui ha sempre creduto. Lo Stato lo ha dimenticato dopo aver assistito in silenzio all’assoluzione dei suoi assassini». Un filo di amarezza e tanta, tanta rabbia nella voce ferma e decisa di Rosanna Scopelliti, la figlia 27enne del giudice Antonino Scopelliti, ucciso il 9 agosto del 1991 dalla ’ndrangheta su richiesta di Cosa Nostra. «Sono stati celebrati due processi ma non è mai arrivata una condanna, una sola, per la morte di mio padre. Vogliono delle nuove prove? Dei nuovi indizi? Bene, io sono riuscita a trovare due testimonianze. Da quelle le indagini potrebbero, o meglio, dovrebbero ripartire. In un Paese civile che vuole e cerca la verità».
Due testimonianze che Rosanna Scopelliti ha trovato grazie all’aiuto di Aldo Pecora, giornalista e presidente di Adesso ammazzateci tutti, il più grande movimento giovanile antimafia in Italia. Insieme hanno studiato le carte processuali e cercato nei paesi dell’entroterra calabrese nuove prove per riportare alla sbarra Cosa Nostra. «Nell’aprile del 2010», ricorda Aldo Pecora, «mentre cercavo di strappare qualche considerazione sul delitto, un ricordo del giudice, fra gli abitanti di Campo Calabro, paese d’origine di Antonino Scopelliti, venni avvicinato da un uomo. Mi raccontò che nei giorni successivi all’agguato “qualcuno” si preoccupò di mettere in giro delle voci sul giudice… prima lo descrissero come omosessuale poi come un “femminaro”, un donnaiolo. Accuse contraddittorie, per creare confusione e mettere tutto a tacere. Per affossare il ricordo di Scopelliti e far passare la sua morte come omicidio passionale. Ad alimentare quelle voci c’era l’ordine di infamare dato da chi quel territorio lo comandava: i fratelli Nino, Peppe e Antonio Garonfolo».
Tre fratelli appartenenti alla ’ndrangheta reggina che, secondo il confidente di Aldo Pecora, avrebbero “fatto visita” al giudice Antonino Scopelliti la domenica di Pasqua del 1991.
«Volevano acquistare il terreno di famiglia del giudice sostenendo che “avevano saputo che fosse in vendita”. All’incontro avrebbe assistito, secondo la mia fonte, anche Rosetta Scopelliti, la sorella del magistrato che da lì a pochi mesi venne ucciso. Ma c’è un’altra testimonianza altrettanto importante: durante la festa patronale di Musalà la persona che, dopo l’omicidio, acquistò quel fondo, rivelò di aver trovato una moto interrata in una grotta naturale in quello stesso terreno che i Garonfolo avevano chiesto al giudice Antonino Scopelliti di potere acquistare. Una moto che in tutta fretta venne data a qualcuno della Piana di Gioia Tauro. O per farla sparire o per farci altri traffici».
E da una moto vennero esplosi i due colpi di fucile caricato a pallettoni che uccisero il giudice Antonino Scopelliti, mentre era in vacanza in Calabria, sulla strada provinciale che da Villa San Giovanni porta a Campo Calabro.
«Avevo 7 anni», continua Rosanna Scopelliti, «quando appresi, dal telegiornale, della morte di mio padre. Stava preparando il rigetto dei ricorsi presentati in Cassazione per i mafiosi condannati nel primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Per questo avevano cercato di corromperlo: il pentito Marino Pulito ha rivelato che gli furono offerti 5 miliardi di lire per aggiustare la requisitoria contro i boss della cupola siciliana. Chi ha assolto i mandanti non ha considerato che quei soldi potrebbero essere stati promessi a una persona vicina a mio padre. A un familiare. Forse per questo, mio padre, non denunciò. Forse si vergognò di come quella gente fosse arrivata dentro la sua casa, e così vicina a lui».
Anche secondo i pentiti della ’ndrangheta Giacomo Lauro e Filippo Barreca sarebbe stata Cosa Nostra a chiedere alle cosche calabresi di uccidere Scopelliti. Ma nonostante le dichiarazioni dei pentiti, i due processi, uno a Salvatore Riina e ad altri tredici boss della Cupola, e un secondo procedimento contro Bernardo Provenzano e altri nove boss della cosiddetta Commissione regionale di Cosa Nostra (tra cui Filippo Graviano e Nitto Santapaola), si sono chiusi con l’assoluzione. O meglio con una condanna in primo grado, per il primo nel 1996 e per l’altro nel 1998, e una sentenza di assoluzione in Corte d’Appello, nel 1998 e nel 2000. Assoluzione confermata in Cassazione.
«Per la morte di mio padre oggi ci sarebbero tutte le condizioni per portare a giudizio la ’ndrangheta: se in passato è stata processata, e purtroppo assolta, la Cupola siciliana, mai è stato fatto un processo agli esecutori del delitto, a quei boss della ’ndrangheta che hanno organizzato e poi eseguito l’agguato. Nelle carte processuali ci sono nomi e cognomi».
Lei ha mai incontrato il giudice Corrado Carnevale, collega di suo padre in Cassazione?
«Ai funerali di mio padre Corrado Carnevale non c’era. E ha fatto bene a non presentarsi. È in quella prima sezione penale che mio padre ha incassato le sue più grandi sconfitte: rappresentò la pubblica accusa in importanti processi, da quello per l’omicidio di Rocco Chinnici alle stragi di piazza Fontana e del Rapido 904, all’omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile. Mio padre chiedeva gli ergastoli e qualcun altro annullava o cancellava… Mio padre merita verità e giustizia invece tutti hanno fatto a gara per dimenticarlo. Nel tribunale di Reggio Calabria non c’è una targa, non c’è un’aula dedicata al suo nome».
Cosa ricorda della sua infanzia e di suo padre?
«Un borsone rosso… mia madre mi chiudeva in una grossa borsa da tennis rossa e mi portava da papà, nell’appartamento in via della Scrofa, a Roma, dove oggi ha sede la Fondazione Antonino Scopelliti. Papà non voleva essere ricattabile per questo aveva fatto annullare il matrimonio. Si incontravano di nascosto, come due amanti, ed erano in pochi a sapere della mia esistenza. Ha voluto proteggerci. Ricordo quello che diceva del giudice Carnevale. Ricordo le sue telefonate con Falcone. Ricordo i nostri giochi e le nostre corse in casa, sul soppalco in legno che ospitava il suo studio. Ricordo la bambola di pezza che portava nel mio lettino quando andavo a nanna. Di mio padre ricordo ancora l’odore di sigarette e caffè. Ricordo i suoi baci sulla fronte. Ricordo mio padre. Un magistrato che lo Stato ha dimenticato».