Giampiero Cazzato, il venerdì di Repubblica 5/8/2011, 5 agosto 2011
COM’ERA DIVISA (A TAVOLA) L’ITALIA DELL’UNITÀ
Zoomando su un anonimo piemontese o siciliano medio che il 17 marzo del 1861 assisteva alla nascita del Regno d’Italia, vedremmo un uomo alto 162 centimetri (contro gli attuali 175) impegnato soprattutto a mettere insieme il pranzo con la cena (per una media di 2.500 calorie, contro le attuali 3.400). Come? Mangiando polenta di mais, se abitava al Nord, un po’ di pasta, legumi e frutta, se del Sud. Eccoli, gli italiani del Risorgimento, che mediamente vivevano fino a 33 anni (oggi l’aspettativa di vita è invece salita a 80 anni).
A raccontarci come si nutriva (e si nutre) l’Italia è un dossier di Federalimentare, che mette a confronto le abitudini a tavola del 1861 con quelle di oggi, provando a esplorare «il ruolo determinante avuto dall’industria alimentare nella costruzione del nostro Paese». Insomma, per dirla diversamente, potremmo scoprire che, con Garibaldi, Mazzini e Cavour, a costruire l’unità del Paese, e a dargli i suoi caratteri distintivi, è stato il cibo. Piero Camporesi, filologo, storico dell’alimentazione e scrittore, d’altronde, sosteneva che La Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi ha fatto per l’unificazione «più di quanto siano riusciti a fare I promessi sposi di Manzoni».
Andando a mettere a confronto le due Italie, in ogni caso, una premessa è d’obbligo: pochi anni dopo il compimento dell’Unità esisteva già «una solida realtà industriale» dice il rapporto di Federalimentare «in tutti i grandi comparti oggi tipici del made in Italy» e il settore era il primo del manifatturiero (già nel 1911 però quello meccanico gli strappava la leadership).
I nostri connazionali quel 17 marzo sono circa 22 milioni (rispetto ai 60 milioni di oggi). E investivano quasi tutti i propri averi (due terzi del reddito contro il 17 per cento attuale) nel tentativo di sfamarsi. Ancora più dura era la condizione di vita dei contadini: «Poca varietà alimentare, pane come cibo principale, zuppe, minestre, erbaggi, per non sentire la fame, tanto lavoro manuale, fatica fisica e cibo scarso» scriveva l’economista e politico Stefano Jacini nella sua inchiesta del 1884 sulle condizioni dell’agricoltura.
La nostra economia si doveva accontentare di un Pil pari a meno del quattro per cento di quello attuale (58,1 i miliardi di euro attualizzati, rispetto ai 1.548,8 miliardi di euro di oggi). La ricchezza nazionale derivava per il 54,9 per cento dall’agricoltura (contro l’1,8 attuale), l’alimentare rappresentava il 34 per cento del totale dell’export nazionale (tra i prodotti che nel 1861 prendevano la via dell’estero troviamo olio, pasta, conserve di pomodoro e pelati, salumi, vini) e il Sud era, paradossalmente, meno Sud di oggi. «Tra le prime Regioni » si legge nel rapporto di Federalimentare «nelle quali la presenza industriale determinava il maggior contributo nella costruzione del valore aggiunto del comparto agroalimentare, ritroviamo infatti, dietro a Lombardia e Piemonte, sia la Campania che la Sicilia».
Giampiero Cazzato