Raghuran Rajam, Il Sole 24 Ore 5/8/2011, 5 agosto 2011
L’AMERICA DEL COMPROMESSO
Di questi tempi, gli Stati Uniti traboccano di comuni cittadini che danno sfogo alla loro rabbia per l’incompetenza e l’immaturità dei loro politici. Il tetto all’indebitamento Usa è stato alzato all’ultimo secondo utile, ma il processo era - e resta - gravido di rischi. Perché, si chiede l’opinione pubblica, i politici non riescono a sedersi a un tavolo come persone di buon senso e a tirar fuori per tempo un accordo in grado di trovare ampio consenso? Se noi riusciamo a tenere in ordine i conti di casa, si chiedono rabbiosamente, perché i nostri leader non ci riescono?
La realtà però è che i politici americani rispecchiano le idee dell’elettorato americano, idee drasticamente incoerenti. L’assenza di un consenso ampio non deve destare meraviglia. Anzi, l’accordo dell’ultimo minuto per innalzare il tetto del debito è la dimostrazione che i politici hanno fatto quello per cui erano stati mandati a Washington: rappresentare il loro elettorato e scendere a compromessi solo quando è in palio l’interesse del Paese intero.
La domanda di fondo è se la paralisi politica messa in luce dal dibattito sul tetto all’indebitamento peggiorerà ulteriormente nell’anno che porta alle elezioni presidenziali e parlamentari del 2012 (o magari anche oltre). È possibile, ma non dobbiamo ignorare i motivi di speranza che si possono ricavare dal compromesso appena raggiunto.
Cominciamo dalle ragioni di questa polarizzazione dell’elettorato. I principali fattori sono due: il reddito e l’età. La disuguaglianza economica negli Stati Uniti è in aumento da trent’anni, principalmente perché il mercato del lavoro ha richiesto sempre più competenze, che il sistema dell’istruzione non è stato in grado di fornire. Le conseguenze per il ceto medio, nella vita quotidiana, sono una busta paga che ristagna e un’insicurezza occupazionale sempre maggiore, man mano che la vecchia economia, quella dei lavori a bassa qualifica ben pagati e con benefit importanti, si assottiglia sempre più.
Fino al momento in cui è scoppiata la crisi finanziaria, il facile accesso al credito, specialmente nel caso dei mutui immobiliari, ha permesso al ceto medio di continuare a mantenere livelli di consumo alti nonostante la stagnazione dei redditi. Con lo scoppio della bolla immobiliare molte persone hanno perso il lavoro e l’assicurazione sanitaria, hanno rischiato di perdere la casa e improvvisamente si sono ritrovati con pochi motivi per guardare con ottimismo all’economia. La risposta del Partito democratico, che tradizionalmente rappresenta questo elettorato, è stata di promettere cure sanitarie per tutti a prezzi abbordabili e più investimenti per l’istruzione, difendendo al tempo stesso l’occupazione nel settore pubblico e i programmi sociali.
Sommate tutte insieme, queste spese non sono sostenibili, specialmente ora che il gettito del Governo federale è pari ad appena il 15% del Pil. La soluzione per molti democratici è incrementare le entrate tassando i ricchi. Ma i ricchi non sono i ricchi oziosi e improduttivi di un tempo, questi sono ricchi che lavorano. Per rimettere in sesto i conti pubblici solo tassando i ricchi servirebbe un incremento considerevole delle imposte sul reddito, al punto da ridurre sensibilmente l’incentivo a lavorare ed esercitare attività imprenditoriali.
Tutto questo non significa che non si possano alzare le tasse ai ricchi, ma questi aumenti delle tasse non possono rappresentare la via maestra per rimettere in ordine le finanze dello Stato. I repubblicani, cercando di dare voce all’innato fastidio di molti lavoratori americani per l’incremento della spesa pubblica e alla rabbia montante dei lavoratori ricchi, trovano più facile difendere un principio che un elettorato specifico. Di qui il loro mantra: niente nuove tasse.
La divisione netta dell’elettorato in base al reddito si fa più sfumata nel caso degli anziani. È comprensibile che gli americani più in là con gli anni, con pochi risparmi, vogliano difendere le loro pensioni e il sistema sanitario pubblico. Ma anche i repubblicani anziani che sostengono l’ultradestra del Tea Party, normalmente ostili allo statalismo, difendono questi programmi perché li considerano una forma di diritto di proprietà, pagato nel corso della loro vita lavorativa.
A dire il vero, a causa dell’innalzamento dell’aspettativa di vita e dei costi crescenti della sanità, gli anziani di oggi hanno pagato solo una frazione di quello che si aspettano di ricevere dalla previdenza pubblica e dal Medicare (il programma sanitario pubblico per gli ultrasessantacinquenni). Lo Stato fece un errore in passato non alzando le tasse per finanziare questi programmi o non riducendo il livello delle prestazioni promesse. Se non s’interverrà per contenere la crescita dei costi, i giovani di oggi pagheranno a caro prezzo quell’errore, sotto forma di tasse più alte ora e pensioni più basse quando saranno vecchi.
Ma gli anziani sono politicamente attivi e potenti. Molti difendono con forza i loro diritti acquisiti e qualcuno è contrario all’incremento di altre voci della spesa pubblica, per timore che tali incrementi rendano più difficile allo Stato versare quei benefit a cui ritengono di avere diritto.
Queste dunque sono le radici dell’impasse della politica americana sul problema dei conti pubblici, che ha prodotto contrasti accesi fra elettorati visceralmente contrari al compromesso. Qualsiasi accordo politico troppo anteriore alla deadline avrebbe esposto i politici ad accuse di tradimento da parte dei loro elettori. E considerando che sarebbe stato soprattutto il Presidente a dover rispondere di un default, per Obama raggiungere un accordo era più importante che per i repubblicani. Perciò ha dovuto costringere il suo partito ad accettare un patto pieno di tagli alla spesa e privo di aumenti delle tasse.
L’accordo manterrà le promesse? Una commissione bipartisan dovrà proporre misure per la riduzione del deficit per 1.500 miliardi di dollari entro la fine dell’anno, e il Congresso dovrà accettare quella proposta o ingoiare tagli di spesa immediati e politicamente dolorosi, tra cui le spese per la difesa, un’area a cui i repubblicani tengono parecchio.
Se questa struttura funzionerà come reclamizzato, il Congresso sarà costretto a raggiungere un compromesso, che ancora una volta i politici potranno far digerire ai loro elettorati contrapposti solo presentandolo come misura necessaria per evitare un esito peggiore. Questa volta i democratici di Obama potranno giocare alla pari, perché se l’accordo non verrà raggiunto tutt’e due le parti saranno considerate responsabili.
In definitiva, le grandi decisioni necessarie per contenere la crescita dei programmi sociali e riformare il codice tributario probabilmente dovranno attendere le prossime elezioni, dando all’elettorato diviso un’occasione per riflettere sulla sua polarizzazione e inviare un messaggio più chiaro. Nel frattempo, i politici americani forse saranno riusciti a fare il minimo necessario per convincere i mercati obbligazionari che continua a valere la pena prestare i soldi all’America. Gli americani - e altri nel resto del mondo - dovrebbero smetterla di metterli alla gogna e riconoscere i loro meriti.
(Traduzione di Fabio Galimberti)