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 2011  agosto 05 Venerdì calendario

A HAMA LA STORIA NON SI RIPETERÀ

Perché ad Hama, e in buona parte della Siria, non credono a Bashar Assad? L’annuncio del decreto sul multipartitismo è stato accolto ieri con scetticismo e amara ironia in una città assediata e con qualche centinaio di morti, dove nell’82 il regime massacrò ventimila persone. Fu Rifaat, fratello del defunto presidente Hafez Assad, a guidare la decimazione. Alla domanda se davvero ad Hama ci fossero state più di 5mila vittime rispose secco: «Assolutamente no, sono stati di più, molti di più». Agli Assad interessava essere più temuti che amati e Rifaat applicò il cinico stile di famiglia fino a quando non fu esiliato con il sospetto di tramare un golpe.

La triste parabola di Hama fu raccontata sul «New York Times» da Thomas Friedman che riuscì a visitarla attraversando interi quartieri rasi al suolo, completamente spopolati dalle esecuzioni di massa e avvolti in un silenzio irreale: era questo che voleva il regime. La moschea principale dove si erano asserragliati i Fratelli Musulmani era stata sgretolata dalle cannonate che non avevano risparmiato neppure i mulini ad acqua sull’Oronte.

Il ricordo di Hama rimase inciso nella memoria dei siriani che vennero persino incoraggiati a visitarla. Nelle intenzioni di Assad le rovine costituivano un ammonimento collettivo contro ogni tentazione di volersi ribellare. «Meglio un mese di Hama che 14 anni di guerra civile come in Libano», fu il commento della borghesia di Damasco che paventava - come oggi - l’islamismo e l’anarchia.

Questa sistematica brutalità fu definita da Friedman «le regole di Hama». Un bagno di sangue oscurato dal conflitto in Libano. Delle foto un po’ scolorite ma uniche, consegnate da un oppositore siriano nel ’91, è quanto mi resta per documentare la distruzione dell’82 mentre quello che è accaduto in queste settimane si può vedere con scorci eloquenti su YouTube.

Le vecchie regole sono cambiate: la gente ha ancora paura ma è consapevole che la protesta non sarà inghiottita dal silenzio come trent’anni fa; persino il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, sia pure con qualche tenerezza russa e cinese per un regime che fa ancora comodo, condanna la violenza. Certo vorremmo essere più informati ma Damasco ha chiuso ai reporter stranieri un Paese difficile da decifrare quasi quanto l’Iraq di Saddam.

Le nuove regole di Hama fanno paura ai regimi mediorientali e infiammano il risveglio arabo. Mentre in precedenza un’intera generazione ha sprecato la vita a combattere guerre disastrose contro Israele ed è stata soffocata da conflitti sanguinosi tra il potere e l’integralismo islamico, i nuovi arabi sanno che possono mettere gli autocrati spalle al muro: è già accaduto in Yemen, Libia, Tunisia ed Egitto, dove Mubarak è apparso in tribunale disteso su un letto come un moribondo per soddisfare, anche in maniera discutibile, le brame popolari di vendetta.

Ad Hama si sono risvegliati i fantasmi di una ribellione che mise alle corde il regime e ora sta affondando anche la strategia dell’annientamento che fu così efficace per tenere al potere Hafez. L’improvvisa flessibilità del figlio Bashar, passato dai massacri alle istanze del multipartitismo, non solo non è convincente ma verrà forse interpretata come un segnale di debolezza. I siriani gli stanno presentando il conto.