Marco Moussanet, Il Sole 24 Ore 5/8/2011, 5 agosto 2011
LAGARDE INDAGATA PER ABUSO D’AUTORITÀ
Christine Lagarde è sotto inchiesta. La Corte di giustizia della Repubblica (Cjr), competente per gli eventuali reati commessi da membri del Governo, ha infatti stabilito che il ricorso presentato nell’aprile scorso da un gruppo di parlamentari socialisti sul ruolo che l’ex ministro francese dell’Economia ha avuto nel caso Tapie è fondato. Non solo: mentre il procuratore generale presso la Corte di Cassazione aveva sollecitato un’indagine per «abuso d’autorità», i magistrati della Cjr ritengono che siano ipotizzabili i reati di «complicità in falso» e «malversazione». Aggravando, almeno sulla carta, la posizione del neo direttore generale del Fondo monetario (è stata nominata il 5 luglio).
L’avvocato della Lagarde si è affrettato a dichiarare che la decisione «non ha alcun impatto sull’attuale incarico» dell’ex ministro. E lo stesso consiglio di amministrazione del Fondo ha diffuso un comunicato nel quale ribadisce la propria fiducia al direttore, ricordando che questa possibile evoluzione del caso giudiziario in corso in Francia era stata adeguatamente presa in considerazione nel corso della procedura che ha portato all’elezione della Lagarde.
L’inchiesta inoltre durerà anni ed è molto probabile che si concluderà con un’archiviazione. Di fatto, quindi, non succede nulla.
Anche se certo sarebbe stato meglio che sulla Lagarde non ci fosse neppure un’ombra. Soprattutto in un momento così delicato sulla scena economica e finanziaria internazionale. E a maggior ragione dopo lo scandalo che ha coinvolto il predecessore della Lagarde, anch’esso francese, alla guida dell’Fmi, Dominique Strauss-Kahn.
L’inizio della vicenda che oggi vede sotto accusa la Lagarde risale a oltre vent’anni fa. Nel 1990 il finanziere Bernard Tapie - personaggio molto discusso, vicino al presidente socialista François Mitterrand, noto al grande pubblico per essere stato proprietario del Marsiglia calcio - compra Adidas per 244 milioni, grazie a un prestito della banca pubblica Crédit Lyonnais. Tre anni dopo, diventato ministro, la vende, per 315 milioni, a un gruppo di investitori guidati da Robert-Louis Dreyfus (con il Lyonnais al 20%). Nel 1994 Dreyfus acquisisce il 100% di Adidas sborsando 700 milioni al Cdr, l’ente pubblico incaricato di gestire la liquidazione del Lyonnais. E i liquidatori del gruppo Tapie citano lo Stato, accusando la banca di plusvalenze realizzate in maniera illegale e rivendicando un risarcimento. Tanto più che alla fine del 1995 Adidas sbarca in Borsa con un’Ipo da 1,7 miliardi.
Nel 2007 a Bercy arriva la Lagarde, ancora fresca della lunga esperienza statunitense presso la banca d’affari Baker&McKenzie. Si ritrova sul tavolo un dossier in alto mare, reduce da contraddittorie decisioni giudiziarie, e decide di chiuderlo. All’americana. Ne affida quindi le sorti a un lodo arbitrale in base al quale Tapie viene liquidato con 285 milioni, 45 dei quali a titolo di pregiudizio morale, che diventano 403 con gli interessi (ne incasserà effettivamente 210).
I parlamentari autori del ricorso ritengono che la decisione sia stata eccessivamente favorevole al finanziere - nel frattempo diventato attore - e si rivolgono alla magistratura. Che ieri, appunto, ha deciso di procedere.