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 2011  agosto 05 Venerdì calendario

L’AMERICA PIÙ CHE UN TRAINO RISCHIA DI DIVENTARE UN FRENO

Con un mercato immobiliare sempre in ginocchio non è facile per gli Stati Uniti evitare che l’economia, come una nave fra le secche, vada avanti adagio quasi indietro. Ma non è questa la notizia più preoccupante che viene da oltre Atlantico a un’Europa - e a un’Italia in particolare - che di problemi ne ha già in abbondanza di suo. La notizia meno bella è che stavolta non solo non ci si può aspettare dagli Usa nessun effetto-traino, ma nemmeno quella lucidità e quell’esempio ai quali da decenni l’America ci aveva abituato. A New York e a Washington le idee non sono più chiare che a Bruxelles, Francoforte, e Roma. Ufficialmente e tecnicamente la recessione imposta dalla crisi finanziaria del primo decennio del secolo è incominciata nel dicembre 2007, per l’economia Usa, e si è chiusa nel giugno 2009. Da allora, come più d’uno aveva previsto, ci sono state ripresine e rallentamenti, mai nulla di risolutivo. Adesso, la frenata. I dati più recenti lo confermano e quelli sull’occupazione di luglio attesi oggi possono al meglio solo non peggiorare troppo il quadro, si spera.
Per tre volte l’amministrazione Obama ha annunciato la ripresa dietro l’angolo, l’ultima promettendo a fine 2010 un 2011 di svolta, e non si può criticare troppo chi per dovere e logiche politiche deve tenere il più alta possibile la speranza. Ma questo deve avvenire nell’ambito di una strategia realistica, e tenendo ben presente lo sfondo, che non è e non sarà ancora per qualche tempo buono. Lo sfondo è dominato da un eccesso di debito, sia pubblico che ancor più privato, negli Stati Uniti, a differenza dell’Italia dove è essenzialmente pubblico, ma dove la credibilità storica del sistema-Paese non è quella americana. Gli Usa hanno oggi lo stesso debito totale che avevano nel 2008, se non più, con un netto spostamento dal privato al pubblico, e la cifra è sul Pil più del doppio di quella che era all’inizio degli anni 30. Un debito infinito.
È stato quindi un errore, ricorda Kenneth Rogoff di Harvard in un lucido intervento che Il Sole 24 Ore pubblica oggi a pagina 17, parlare di "Grande Recessione" mentre si doveva e si deve parlare di seconda Grande Contrazione, seconda dopo quella degli anni 30, che offrono l’unico termine di paragone credibile, per fortuna con assai meno sofferenze, e uno stato sociale, anche in America, che è un’altra cosa. Ma occorre ancora tempo, da gestire al meglio, per riportare a livelli sopportabili debiti di questa portata. La storia delle crisi finanziarie parla chiaro.
Washington, per una serie di ragioni non tutte nobili, si è invece tenuta finora assai più vicina alla lettura che della crisi hanno dato ad esempio nel gennaio 2010, di fronte alla Commissione Angelides creata dal Congresso per investigare cause e responsabilità, i numeri uno di Jp Morgan e Goldman Sachs: una crisi tutto sommato «normale», come «accade ogni 7 o 8 anni». Profondamente falso, ma comodo, perché se è normale non ci sono particolari responsabilità, di nessuno. Non si tratta di dover punire qualcuno. Si tratta però di capire. E parlando di una crisi normale, non si capisce.
Un settore immobiliare che potrebbe arrivare a sfiorare a fine anno una perdita media del 40% sui massimi di fine 2006 secondo A. Gary Shilling, un veterano dell’analisi di mercato, non è cosa normale. E sarebbe sufficiente la palude di questo settore cruciale, nonostante qualche tenuta stagionale degli ultimi dati dell’indice Case-Shiller relativi a maggio, a spiegare perché la crescita è così deludente. Così, sono più da Grande Contrazione che non da recessione i dati di un rapporto della Fed di New York secondo cui il "discretionary service spending", per salute, formazione, svago gestione casa e simili, che non supera mai nelle recessioni un calo del 3%, è sceso questa volta del 7%. Le immatricolazioni di auto, si teme, saranno a fine anno inferiori del 28% ai livelli di dieci anni fa.
Si potrà ancora dire "Oh, in America sì che sanno cosa fare", e l’America avrà ancora molto da farci scoprire. Ma fra qualche tempo.