PAOLO MASTROLILLI, La Stampa 5/8/2011, 5 agosto 2011
“Credevamo che i campi fossero già stati chiusi” - L’ esistenza dei campi di concentramento italiani in Libia era conosciuta, ma il fatto che fossero ancora aperti negli Anni 40 è una notizia
“Credevamo che i campi fossero già stati chiusi” - L’ esistenza dei campi di concentramento italiani in Libia era conosciuta, ma il fatto che fossero ancora aperti negli Anni 40 è una notizia. Le informazioni più interessanti che potrebbero ancora uscire dagli archivi di Tripoli, però, riguardano secondo me soprattutto i rapporti economici che abbiamo avuto con la Libia dopo la guerra». Lo storico Angelo Del Boca è un’autorità in materia: nessuno ha studiato la presenza italiana in Libia come lui. Perciò gli abbiamo chiesto di aiutarci a mettere nel contesto i documenti trovati da Human Rights Watch a Bengasi. Che cosa si sa dei campi di concentramento? «Erano una quindicina. Li avevano aperti negli Anni 30 Graziani e Badoglio, per combattere l’insurrezione di Omar el Mukhtar. Siccome l’esercito italiano non riusciva a sconfiggerlo, Graziani decise di fargli terra bruciata intorno, deportando l’intera popolazione della Cirenaica che lo sosteneva. Circa centomila persone furono rinchiuse nei campi e molte migliaia morirono. Alla fine lo stesso Omar el Mukhtar venne catturato e fu impiccato nel 1931 proprio a Soluch, uno di questi campi». Soluch è anche la prigione dove nel 1941 la polizia italiana di Bengasi chiede di internare i fratelli greci Nikoforais, accusati di collaborare con gli inglesi. «Questo dimostrerebbe che il campo era ancora aperto, ed è una novità. Dopo l’uccisione di Omar el Mukhtar, infatti, quei centri di detenzione avevano perso il loro scopo. Balbo, quando era diventato governatore della Libia, aveva deciso di cambiare completamente politica, anche perché odiava Graziani, e in parte lo stesso Mussolini. Tra le sue decisioni c’era stata anche quella di chiudere i campi di concentramento». Come mai allora Soluch era ancora aperto nel 1941? «Probabilmente a causa della guerra, che aveva riproposto la necessità di avere campi per i prigionieri. Del resto eravamo impegnati in un conflitto totale, anche se sbagliato, e avevamo il diritto di difenderci. Gli stessi inglesi avevano aperto campi per i prigionieri italiani in Egitto, Kenya, Sudafrica e India. Non era raro che in queste strutture finissero collaboratori e spie, che c’erano da una parte e dall’altra». La scoperta di questi documenti a Bengasi significa che l’eventuale caduta di Gheddafi potrebbe far emergere nuove verità? «A Bengasi si può trovare poco, piccole operazioni locali di polizia. A Tripoli potrebbe esserci qualcosa in più. Tempo fa, visitando il castello della città, entrai in una stanza dove c’era una montagna di fascicoli sull’epoca coloniale e la dominazione britannica: un omino veniva ogni tanto a metterne in ordine qualcuno. Informai il ministro degli Esteri, Andreotti, che mandò una delegazione per recuperarli. Gheddafi, poi, ha fatto registrare circa 30 mila cassette di interviste con i familiari delle vittime della politica coloniale italiane: io ne avrò sentite sessanta o settanta, ma il resto è ancora inedito». Quali sono le informazioni più interessanti che la Libia potrebbe ancora rivelare? «Sul periodo coloniale e la guerra sappiamo già molto, e non credo che Gheddafi avesse interesse a nascondere qualcosa. Però mi piacerebbe molto sapere come hanno investito i loro soldi ricavati dal petrolio, e che tipo di relazioni economiche hanno stabilito con l’Italia dopo il conflitto. Ad esempio sul rapporto con l’Eni, da Enrico Mattei in poi, ci sono sicuramente parecchie cose interessanti da scoprire negli archivi della Libia».