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 2011  agosto 05 Venerdì calendario

Cirenaica 1941 C’erano ancora i lager italiani - I fratelli si chiamavano Nicola, Leonida e Stati, di cognome Nikoforais

Cirenaica 1941 C’erano ancora i lager italiani - I fratelli si chiamavano Nicola, Leonida e Stati, di cognome Nikoforais. Greci, dunque «cittadini di una nazione alleata all’Inghilterra», ma abitanti a Bengasi. Contro di loro «nessuna prova è stata riscontrata», ma ugualmente, il 23 settembre del 1941, il capitano dei CC.RR. Giovanni Agrigento, ne propone «l’internamento in un campo di concentramento». «Campo di concentramento»: la più cupa idea del Secolo Breve, indicata con burocratica indifferenza, rispunta in questi giorni su un documento italiano in Libia, ritrovato in un archivio di Bengasi, facendo riaffiorare dal dimenticatoio la storia di una famiglia e un altro frammento di verità sul passato imperiale italiano in Africa. Il documento di cui parliamo è una nota dell’Ufficio Speciale di Istruzione di Polizia, di Bengasi, inviato, secondo la intestazione «Alla Regia Prefettura e Al Regio Avv Mil Tribunale Speciale per la difesa dello Stato in Libia». È stato trovato a Bengasi, insieme ad altri documenti di archivio, grazie alla ricerca di due uomini coraggiosi, uno dei quali è rimasto ucciso nel conflitto libico. Parliamo di Peter Bouckaert, che è il capo della Emergencies Unit (il gruppo che viene inviato nelle emergenze) di Human Right Watch, e Tim Hetherington, fotografo inglese che nel 2010 aveva avuto una nomination all’Oscar per il suo documentario «Restrepo» sulla Guerra in Afghanistan. Hetherington è rimasto ucciso in aprile a Misurata nel corso di un bombardamento delle forze di Gheddafi. I due sono stati in Libia dall’inizio del conflitto, e insieme si sono concentrati sulla apertura degli archivi dopo la conquista da parte dei ribelli della municipalità di Bengasi. L’apertura degli archivi è uno dei momenti più importanti di ogni Guerra, di ogni caduta di potere: è lì dopotutto che è celata la verità su quello che è successo – basti ricordare qui, tanto per restare ai tempi recenti, all’importanza che ha avuto l’accesso agli archivi iracheni dopo la caduta di Saddam. Per Human Right Watch, che è la maggiore organizzazione internazionale di monitoraggio dei diritti umani, è di solito uno dei primi compiti. In quello di Bengasi erano custoditi materiali inediti che rivelano oggi di cosa era davvero formato il consenso entusiastico intorno al raiss. Dagli scaffali saltano fuori infatti, insieme alle foto celebrative, anche le sconvolgenti riprese di alcuni esecuzioni: la più crudele (e significativa) è datata 1984 – cioè l’altro ieri in termini di periodo storico. «Era un giorno di sole intenso. Migliaia di studenti di ogni classe erano stati trasportati in autobus allo stadio di basket di Bengasi racconta Bouckaert - al centro del quale c’è un giovane con tanti ricci scuri, una barba corta, che in ginocchio chiede pietà». Il giovane si chiama Sadiq Hamid Shwehdi, ha 30 anni ed è accusato di aver fatto parte di un complotto per uccidere Gheddafi. Un complotto ordito, secondo l’accusa, dai Fratelli Musulmani per conto degli Stati Uniti. Il filmato è su pellicola, sgranato dal tempo, in bianco e nero, e il condannato piange, solo al centro dello spazio del campo di basket, e confessa i suoi crimini,ma la sentenza viene eseguita comunque. La folla applaude. Una giovane donna si distingue per il suo entusiasmo per l’esecuzione, al punto da spingersi avanti a tirare una delle gambe che il condannato sbatte in aria mentre viene appeso per il cappio. Il cartellone dei risultati delle partite fa da sfondo anche a questo ennesimo lavoro di Huda Ben Amer, il boia preferito del Colonnello Gheddafi. Ben Amer ha lasciato la sua Bengasi solo pochi mesi fa, dopo la caduta della città in mano ai ribelli. L’esecuzione di Shwehdi è parte di dodici simili condanne eseguite dopo un fallito attacco al Colonnello da parte del Fronte Nazionale di Salvezza della Libia, cui seguirono migliaia di arresti e queste spettacolari esecuzioni portate a termine, con ironica scelta, durante il Ramadan. Il materiale italiano viene alla luce insieme a tutti gli altri – si tratta di un fascicolo intero e di alcuni fogli separati. Bouckaert legge l’italiano a sufficienza per capirne l’interesse e ce lo invia. Dalle carte risulta bene soprattutto una storia, quella dei tre fratelli greci, dalla quale, pur sotto il peso del greve linguaggio burocratico, viene fuori il clima di sospetto, ma anche di insicurezza, degli italiani in Libia. Questi tre fratelli hanno un negozio di fotografie nella piazza più importante di Bengasi, dedicata all’ammiraglio Cagni. Ci sono anche due sorelle che, come si vede dai documenti, a un certo punto vengono anche loro arrestate, ma poi rilasciate per mancanza di ogni indizio di crimine. Il business dei Nikoforais va molto bene. All’epoca, va ricordato, le foto sono l’ultimo grido della tecnologia – l’intero secolo, si può dire, con i suoi conflitti e i suoi poteri totalitari, ha dato un’enorme spinta allo sviluppo di ogni attività su pellicola. Film e foto per la prima volta lasciano un corredo di testimonianze storiche, ma anche private: proprio le campagne d’Africa, con tutto il loro esotismo, concorrono a suscitare l’entusiasmo dei militari che inviano a casa migliaia di immagini. Le foto sono anche per la prima volta usate per le carte di identità diventate obbligatorie in aree di conflitto e in continenti attraversati da flussi migratori. Anche a Bengasi i militari fanno la fila per entrare nel negozio e farsi fotografare. Il Circolo degli Ufficiali è tra Piazza Cagni e Via Torino, e il centro è un viavai continuo di giovani ufficiali agghindati nelle loro bianche uniformi e accompagnati da eleganti signorine. L’attività va così bene che se ne accorgono anche le autorità e i soldati italiani. Sarà invidia, sarà sospetto nei confronti di cittadini stranieri, fatto è che arriva più di una segnalazione sul comportamento «ambiguo» (dice un documento) dei fotografi. Tuttavia, le autorità non trovano nessuna prova di «spionaggio» e archiviano la pratica. Viene poi l’attacco inglese a Bengasi, la fuga di molti italiani, la sconfitta per le nostre truppe, cui seguono i 56 giorni di «occupazione» inglese della città. È il 1941. Una occupazione breve che ancora oggi viene discussa dagli storici: perché gli inglesi si fermano e non vanno a Tripoli? Quando gli italiani riprendono il controllo della città si è ormai in piena mentalità di guerra. I fratelli greci vengono immediatamente arrestati, anche alla luce del fatto che durante l’occupazione, leggiamo sul documento dell’internamento, «hanno ottenuto dagli inglesi l’esclusiva delle foto tessera per la carta di identità obbligatoria», con «evidente vantaggio economico». Dopo questo contatto con i nemici, anche il passato sembra spiegarsi meglio, consolidando la convinzione che le foto negli anni «sono servite a schedare tutti i soldati italiani» per passare informazioni agli inglesi. Anche di questo servizio di spionaggio non c’è prova. Ma ormai la guerra galoppa e la vecchia Bengasi è decisamente finita, con i suoi ufficiali in bianco, le sue partite di pallone e i suoi sogni di gloria. Alla fine, forse, quel negozio non aveva nemmeno più senso. I fratelli vanno nel campo di concentramento italiano. Nessun documento ci informa come e se ne sono mai usciti.