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 2011  agosto 04 Giovedì calendario

L´ARCHITETTO DELLE OLIMPIADI "MIA LA NUVOLA SU LONDRA"

Vive e lavora fra Torino, Boston e Singapore. E fra l´Australia e Londra, dove sta realizzando un progetto per le Olimpiadi. È ingegnere e poi architetto. Carlo Ratti ha quarant´anni e da sei dirige un laboratorio del Mit, il Massachusetts Institute of Technology di Boston: si chiama Senseable city lab e studia la città, anzi, come un grande sensore, la ascolta, ne segue i battiti, traccia gli spostamenti.
E immagina come potrebbe essere migliore nel futuro. Ratti viene considerato fra i più innovativi architetti della sua generazione. Il suo edificio con le pareti d´acqua per l´Expo di Saragozza nel 2008 fu proclamato "progetto dell´anno" da Time magazine. L´acqua scendeva dall´alto, da un rettangolo di tubi e si ritraeva al passaggio delle persone. Era un´installazione, dice Ratti, «che potrebbe andar bene nella piazza di una città meridionale, calda e assolata». Scorrendo il catalogo dei suoi lavori si scorgono poi interventi molto diversi. Il Caffè Trussardi in Piazza della Scala a Milano, per esempio, fastoso tempietto del lusso, ma anche le mille case commissionate dalla Fondazione del Dalai Lama per i senzatetto dello tsunami nello Sri Lanka. Oppure il recupero di una serie di baite alpine trasformate in un albergo diffuso, di un edificio industriale a Rovereto o di un ex ospedale a Modena. Ma è la dimensione digitale che sollecita Ratti e che fa girare all´unisono le rotelle dell´ingegneria e dell´architettura.
Ratti sembra poco più che un ragazzo, ha i capelli chiari, la barba rada e gli occhi azzurri. Racconta che nel 2004 il preside di Architettura del Mit lo chiamò e gli disse: «Da oggi sei il capo del laboratorio. Ma il laboratorio sei tu. Datti una mossa».
E da allora?
«Da allora il Senseable city lab è cresciuto. Oggi ci sono trenta persone a Boston e quasi altrettante nelle filiali di Torino e di Singapore. Io trascorro molto più tempo in aereo che non nello studio di Torino o nella casa di Cambridge, dove ho la residenza».
Più che un cervello in fuga dall´Italia, lei sembra un cervello globale.
«Be´ rivendico il valore del lavoro in perpetuo movimento e in connessione continua fra discipline diverse».
Ed è per questo che la nostra chiacchierata è cominciata nel centro di Milano, è proseguita alla stazione e poi su un treno per Verona?
«Non è più interessante parlare mentre dal finestrino scorrono le immagini della devastazione padana? È stato vedendo paesaggi del genere che dopo ingegneria mi sono iscritto ad architettura».
La sua formazione?
«Torinese di nascita, ho studiato ingegneria al Politecnico della mia città, poi a Parigi e quindi architettura a Cambridge, in Inghilterra».
Architetti in famiglia?
«Mio nonno, Angelo Frisa, è stato uno dei maggiori strutturisti del secondo dopoguerra, rivaleggiava con Pier Luigi Nervi e ha progettato le campate dello stabilimento Fiat Mirafiori e di tanti capannoni industriali. E in un edificio disegnato da lui, nel centro di Torino, ho ora il mio studio».
Lei è stato consulente dell´ex primo ministro australiano. Ha lavori in tutto il mondo, ma non solo per edifici. Perché?
«Mi interessano le tecnologie e in generale l´uso della rete e del digitale per capire come vive e come si muove una città. La rete e le reti mi impegno anche a percorrerle passo passo, per capire dove conducono, che intrecci e che storie disegnano: per esempio, a Seattle abbiamo messo a punto un micro-chip e l´abbiamo applicato a tremila prodotti, scrutandone il destino una volta che diventavano rifiuti e scoprendo che alcuni di essi finivano a Est, all´altro capo degli Stati Uniti».
Perché non ne parla con il sindaco di Napoli?
«È un´idea, anche se la difficoltà di Napoli è poi capire come intervenire, come passare dalla ricognizione all´azione».
In questi giorni lei sta seguendo la sorte di un progetto ambiziosissimo, The Cloud, la nuvola.
«È nato come simbolo delle Olimpiadi londinesi del 2012. In realtà oggi, dopo il cambio di governo, i piani sono in forse. Ma noi siamo pronti a realizzare l´opera anche in formato ridotto. L´idea originaria risale al sindaco Boris Johnson, che invitò una trentina di studi di tutto il mondo, fra i quali il nostro. Un altro progetto nato a seguito di quell´iniziativa è la scultura di Anish Kapoor di fianco allo stadio olimpico».
Più uno scultore che un architetto. Che cos´è The Cloud?
«È una torre alta 120 metri, stretta in basso e via via più larga, percorsa all´interno da una specie di spirale che conduce a un gruppo di bolle in materiale plastico - le nuvole, appunto - accessibili ai visitatori dove scorrono una serie di informazioni sui giochi olimpici e su tante altre cose. Fra i partner figura Google e nel comitato scientifico c´è Umberto Eco. Per questo progetto vogliamo coinvolgere i cittadini, fin dal finanziamento. Abbiamo avviato una sottoscrizione sul web, in modo che The Cloud diventi una specie di proprietà collettiva su scala globale: in rete si forma una comunità che poi produce effetti nella realtà. Un po´ come ha fatto Barack Obama nella sua campagna elettorale».
È immaginabile una città retta da regole digitali?
«La civiltà delle macchine, diceva Le Corbusier, cerca e troverà la sua espressione architettonica. Perché non sostituiamo "macchine" con "digitale" e "biotech"?»
Si diceva che la rete avrebbe annullato lo spazio.
«Al contrario, la rete ha rinforzato le strutture spaziali e ora ci permette di leggerle con maggiore precisione. Negli ultimi tempi le reti sono diventate il vero sistema nervoso delle città. Vuole un esempio?».
Certo.
«Attraverso i cellulari è possibile disegnare una mappa degli spostamenti reali in una città, capire dove e come si orientano i flussi delle persone, dove si formano gli assembramenti. Alla Biennale Architettura del 2006 abbiamo realizzato "Real Time Rome", un progetto che misurava le concentrazioni di persone durante Italia-Francia, la finale dei mondiali di calcio, e soprattutto dopo».
Mentre lei parla di città del futuro, dal finestrino appare una crosta di villette che graffia la campagna.
«Da tempo ho in animo di realizzare un album di fotografie insieme a Oliviero Toscani su questa distesa di cemento».
D´accordo. Ma come agire intanto?
«A Torino ho partecipato attivamente a un comitato che proponeva di risistemare un´area, piazzale Valdo Fusi, sfigurata da una serie di interventi. Abbiamo avviato una sottoscrizione e realizzato un concorso di progettazione. La gente ha votato un elaborato. Volevamo dimostrare che si può far partecipare gli abitanti al riassetto di una zona che loro ritengono essenziale per l´intero quartiere. Il progetto vincitore è stato donato alla città».
E che cosa è successo?
«Purtroppo ancora nulla. Ma non ci siamo arresi».