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 2011  agosto 04 Giovedì calendario

L´INCREDIBILE STORIA DELLE MALATTIE

- Si raccontava che Pitagora fosse stato inseguito da un gruppo di Agrigentini pronti a ucciderlo. Giunto di fronte a un campo di fave, però, il filosofo si fermò e si lasciò sgozzare: preferì morire piuttosto che calpestarle. Perché? Per lo stesso motivo, si può supporre, per il quale ai suoi discepoli vietava anche di mangiarne. Già, ma qual era questo motivo? I Pitagorici erano vincolati al più assoluto silenzio riguardo ai precetti della setta: per cui il segreto delle fave non fu mai rivelato.
La domanda continuò così a rimbalzare da un capo all´altro dell´antichità, ricevendo le risposte più disparate: perché le fave rassomigliavano al genitale maschile, perché se le si esponeva alla luce della luna trasudavano sangue, perché in esse albergavano le anime dei morti, e così via. E i moderni, che cosa hanno concluso? Visto che in alcuni soggetti questi legumi possono produrre affezioni anche gravi, il cosiddetto favismo, si è pensato che Pitagora lo avesse intuito: e che dunque il suo misterioso symbolon costituisse solo una norma igienica. A questo punto certi scienziati, soprattutto i più positivisti, potrebbero ritenersi soddisfatti.
In realtà, se si accetta la prospettiva del favismo le domande sul precetto di Pitagora si moltiplicano, invece di ridursi. In primo luogo, infatti, occorre chiedersi se questa malattia esisteva già nel VI secolo a. C. oppure no; e qualora fossimo certi che esisteva, se i medici greci la conoscevano. Ammettiamo però che costoro non la conoscessero, come in effetti era: perché Pitagora se ne sarebbe accorto e loro no? E perché, soprattutto, il filosofo avrebbe trasformato una norma igienica in un precetto religioso?
Con domande di questo genere siamo già entrati nel mondo, o meglio nel metodo, di Mirko Grmek, il cui capolavoro – Le malattie all´alba della civiltà occidentale – Il Mulino ha rimandato finalmente in libreria (pagg. 628, euro 35). Indicativo, per capire il tenore dell´opera, anche il sottotitolo: "Ricerche sulla realtà patologica nel mondo greco preistorico, arcaico e classico".
Un epos tragico e appassionante, i cui sinistri personaggi si chiamano tubercolosi, lebbra, sifilide, infezione purulenta e così via. Grmek, che ha lavorato a lungo al College de France e alla Sorbona, è stato uno storico della medicina che alle conoscenze scientifiche univa un sentimento antropologico della storia, e una percezione filologica delle testimonianze, da far invidia ai migliori specialisti.
Per chi voglia fare storia delle malattie, infatti, non basta proiettare le scoperte della patologia moderna sulle vestigia del passato.
Per raggiungere la "diagnosi retrospettiva" occorre in primo luogo saper vincere "l´ostacolo epistemologico", come Grmek lo definiva: ossia rendersi conto che la definizione e la concettualizzazione della malattia – i nomi che vengono usati, il modo in cui i sintomi appaiono descritti – sono profondamente marcati dalla cultura alla quale le popolazioni studiate appartengono. Ippocrate usa sì il termine cholera per indicare un´affezione che si manifesta con vomito, diarrea e spasmi: solo che il "colera", come lo intende la medicina moderna, è una malattia proveniente dall´India e sconosciuta in Europa prima del XIX secolo. Ecco un esempio di "ostacolo epistemologico" primario, offerto direttamente dal linguaggio. Ma torniamo alle fave.
Per affrontare il divieto pitagorico, Grmek fa uso di una strategia complessa. Dopo aver tracciato la storia della scoperta (recente) del favismo, egli ne mette in evidenza il carattere ereditario. Dopo di che rileva come la distribuzione geografica di questa malattia corrisponda tradizionalmente a zone ‘pitagoriche´, come la Calabria, la Sicilia e la Grecia, dove la sua presenza raggiunge percentuali piuttosto alte: mentre, prima delle recenti migrazioni, il favismo era raro al Nord. Dato il carattere ereditario di questa malattia, è ragionevole supporre che la sua attuale distribuzione corrisponda a quella antica. Dunque Pitagora viveva verosimilmente in zone di favismo diffuso, e questo può averlo spinto a formulare il suo precetto. Ma se è così, perché i medici greci non l´hanno rilevato? Probabilmente perché il carattere innocuo delle fave era provato dall´esperienza quotidiana: questo legame costituiva uno dei cardini dell´alimentazione antica, tutti ne mangiavano e la cosa immediatamente visibile era che in seguito a ciò insorgevano flatulenze o insonnie. Se poi qualcuno aveva mangiato fave e, contemporaneamente, si ammalava, le due cose non venivano messe in relazione.
Ma ecco la domanda più interessante: come mai Pitagora avrebbe fatto di questa sua osservazione addirittura un symbolon? Perché i Greci del VI secolo a. C. erano diversi da noi. Il loro modo di pensare la malattia, di costruirne la percezione, poteva passare anche attraverso categorie come la purezza, il rapporto con la sopravvivenza, la religione e così via. Ciò detto, le pagine di Grmek non pretendono affatto di dimostrare che il divieto pitagorico ha origine nella scoperta del favismo. Al contrario, solo a rendere plausibile un´ipotesi del genere. E questo costituisce un altro prezioso insegnamento del suo metodo.