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 2011  agosto 04 Giovedì calendario

QUEL LESSICO DEL DISONORE

Tangenti, d´accordo: viene dal verbo latino "tangere", uso ciceroniano, già a quei tempi il significato più o meno era quello. Tangenti, dunque, ma anche "mazzette", "pizzo", "malloppo", "stecca", "bustarelle", "cresta", "provvigioni", in quest´ultimo caso quando il maltolto è di considerevole entità, come nel caso degli aerei Lockheed, scandalo anni ´70, o nell´affaraccio chimico finanziario dell´Enimont che nei primi anni ´90, attraverso l´omonimo tele-processo, starring Di Pietro, contribuì a seppellire la Prima Repubblica inaugurando l´impetuosa e poi deludente stagione di Mani Pulite e comunque l´imperituro vocabolo: Tangentopoli.
Che almeno all´inizio suonò quasi buffo richiamando Paperopoli, ma che poi via via si articolò nel vivo della realtà italiana arricchendo il lessico dei finanziamenti illeciti con fantastiche variazioni meta-dialettali incautamente soffiate nella cornetta del telefono come pure rintracciabili in atti giudiziari. Per cui nell´arco di una ventina d´anni, travalicando ovviamente il passaggio dalla lira all´euro, il prezzo della corruzione venne pure a quantificarsi a seconda della fantasia popolare in termini di "merluzzi", "biscotti", "fischioni" e addirittura segatura, che in napoletano si dice "pampuglie". Ferma restando l´amena circostanza che in taluni casi il sollecito della "dazione" era messo in atto silenziosamente, o meglio secondo i dispositivi del mimo, per cui si poté leggere in un verbale che "a un certo punto" l´imputato X "mostrò, senza parlare, una mano con quattro dita aperte".
Quanto alla poetica della refurtiva, dalla logistica consuetudinaria al suo preteso occultamento, il prolungarsi dell´epica tangentomane offre oramai una miriade di spunti a base di valigette 24 ore, buste policrome, fascette ed elastici, pacchetti di sigarette, scatole da scarpe e anche di cioccolatini, termosifoni, fioriere, per non dire il pouf che ingraziosiva il salotto di lady Poggiolini. Su Mario Chiesa che butta i soldi nella tazza del cesso Dario Fo recitava una rimarchevole pièce – drammaticamente essendosi intasato il wc mentre la polizia bussava con insistenza alla porta. Ma il giudice Curtò spiegò che la mazzetta l´aveva buttata nel cassonetto; e De Lorenzo bruciò ogni carta compromettente nel pentolone della cucina di casa con l´aiuto dei famigliari.
A un consigliere circoscrizionale di Roma fu rinvenuta una mazzetta nelle mutande; a una funzionaria delle Infrastrutture nell´ingannevole wonder-bra. Ma la storia più formidabile in materia resta quella della moglie di un tangentaro, ex fascista della capitale, che una notte d´estate durante un clamoroso litigio arraffò il maltolto, 13 milioni in banconote da 50, e prese a gettarle per la strada dando luogo a una specie di totocalcio dalla finestra.
Ci sarebbe inoltre da considerare la vivida casistica dei conti correnti del malaffare e del modo grazioso con cui talvolta furono battezzati: "Gabbietta", cui si affiancarono nel caso Greganti "Idea" e "Sorgente"; poi il gelliano "Protezione"; e ancora i gemelli socialdemocratici torinesi "Pippo" e "Zippo", e "Lilium", "Tramonto", "Vesuvio", "San Serafino" (Ferruzzi) e via andare. Per il resto – che purtroppo non è poco – tocca sottolineare che l´ambito delle tangenti tocca, più che l´immaginario, l´intero vissuto collettivo: affissioni, Aids, alimentazione, alta velocità, ambiente; e lenzuola d´oro, carceri d´oro, perfino vecchietti d´oro e protesi d´oro (Tarantini). In Italia si è riusciti a rubare sul Giubileo e sul palco da cui a Napoli il Papa ha celebrato messa. E infine sulle salme e sulle tombe, con il che il ciclo delle tangenti si chiude e buona notte a tutti, ma sul serio.