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 2011  agosto 04 Giovedì calendario

MANGIARE TACCHINO E TONNO È PIÙ "ECOLOGICO" CHE CIBARSI DI BISTECCHE E SALMONE. COSÌ UNA DIETA INTELLIGENTE ABBATTE LE EMISSIONI. E IL PIANETA RINGRAZIA

Dalla lista per il supermercato cancellate, nell´ordine: costolette d´agnello, bistecca e hamburger, mozzarella e parmigiano, prosciutto e salmone (almeno quello che i portafogli normali si possono permettere: d´allevamento). Scrivete, invece: tacchino, pollo, tonno, uova. Questo, almeno, se avete a cuore il problema dell´effetto serra e le sorti del pianeta. L´elenco, infatti, non ha nulla a che vedere con le meraviglie della dieta mediterranea (che sono, comunque, un beneficio collaterale) ed è stilato in base alle emissioni di anidride carbonica dei relativi allevamenti. È la "Guida del carnivoro al cambiamento climatico", preparata dall´Environmental Working Group, un´organizzazione ambientalista americana, sommando le emissioni nell´intera fase produttiva della carne: dal mangime al trasporto al supermercato. Pecore, bovini (nella doppia veste di fettine e derivati del latte), maiali e salmoni hanno un impatto climatico superiore a quello dei polli. Nutrirli, allevarli, macellarli e venderli richiede pesticidi, fertilizzanti chimici, combustibile, mangimi e acqua.
Per agnelli, manzi e vacche, tutti ruminanti, bisogna anche aggiungere il metano che producono sia la loro digestione che il letame. Il metano è un gas serra più potente dell´anidride carbonica. Si disperde nel giro di 12 anni, mentre la CO2 continua ad agire per un paio di secoli. Fino a che resta nell´atmosfera, però, riscalda il pianeta fino a 25 volte di più dell´anidride carbonica.
L´Ewg ha in mente, soprattutto, i consumatori americani, i maggiori divoratori di bistecche e hamburger del pianeta: mangiano quasi il doppio di carne degli europei. Ma il problema è ormai mondiale: fra il 1971 e il 2010, la popolazione globale è aumentata dell´81 per cento, ma il consumo di carne è triplicato, grazie alla dieta più ricca che reclamano le classi medie in espansione dei paesi emergenti, cinesi in testa. A questo ritmo, il consumo di carne raddoppierebbe ancora, entro il 2050, aumentando la pressione dell´effetto serra. Tutti vegetariani, allora? E vegetariani integralisti, per di più, capaci di rinunciare anche allo stracchino e allo yogurt? L´Ewg non si fa illusioni. Del resto, la "Guida" è destinata a chi vuole continuare a mangiare carne. L´appello, dunque, è ad una sorta di reintroduzione del "venerdì di magro". Un giorno alla settimana senza fettina. I benefici, in termini di emissioni di gas serra, assicura la Guida, sarebbero immediati.
Mangiare un hamburger in meno a settimana, per un anno, infatti, calcolato in CO2, corrisponde a 500 chilometri in meno della vostra auto. O, anche, ad asciugare la biancheria al sole, almeno una volta su due, invece che nell´asciugatrice. Ma, se dalla carne macinata saliamo a tagli più pregiati, i benefici si moltiplicano. Per una famiglia di quattro persone, rinunciare a carne e formaggio una volta a settimana, per un anno, equivale ad azzerare le emissioni della loro auto per cinque settimane. Se la carne a cui rinunciano è la bistecca, le emissioni risparmiate sono quelle di tre mesi in macchina. Se, poi, fosse l´intera popolazione americana a fare a meno di carne e formaggio per un giorno a settimana, il risparmio equivarrebbe alla CO2 emessa guidando per 150 miliardi di chilometri. Come togliere dalla strada, per un anno, 7,6 milioni di automobili.
Lo studio dell´Environmental Working Group si basa esclusivamente sul confronto fra quantità di carne ed emissioni di gas serra e questo spiega alcune sorprese nei risultati. L´abbacchio capeggia la lista, nonostante non sia una carne particolarmente diffusa, perché la quantità di carne che si ricava da un agnello è poca rispetto all´animale, relativamente a quanto avviene con un vitello. Un discorso analogo vale per il salmone di cui, soprattutto se affumicato e confezionato, si utilizza solo il filetto. D´altro canto, l´invito a mangiare, invece, tonno, fa a pugni con l´allarme degli ambientalisti per il pericolo di estinzione di un pesce sovrapescato: forse lo si può sostituire con gli sgombri.
Ma, per rasserenare i complessi di colpa degli ambientalisti amanti delle bistecche, l´avvertenza più importante è che i calcoli dell´Ewg fanno riferimento agli Stati Uniti e ai metodi di allevamento americani e, in generale, di buona parte dell´Occidente. Cioè agli allevamenti intensivi e industriali, quelli con gli animali confinati nelle stalle e allevati a ritmi accelerati, grazie ad un mangime fatto non d´erba, ma di cereali. Nella catena produttiva, è nelle coltivazioni di queste granaglie (soia e granturco, in particolare) che incidono, in termini di emissioni, pesticidi, fertilizzanti, gasolio per i trattori e il trasporto. È una quantità enorme di cereali: oltre 600 milioni di tonnellate vengono destinati, ogni anno, all´alimentazione dei bovini nelle stalle. Il fenomeno riguarda, quasi esclusivamente, i paesi industrializzati. Due terzi di quei 600 milioni di tonnellate di mangime vanno, infatti, nelle stalle dei paesi ricchi. L´America, soprattutto, che ne consuma un quarto, 150 milioni di tonnellate di soia e granturco per il suo bestiame. Con gli allevamenti industriali si ottiene più carne, ma, in termini generali, l´uso dei cereali come mangime è inefficiente: con quei 600 milioni di tonnellate di cereali, perfettamente idonei all´uso umano, si potrebbero sfamare un miliardo e mezzo di persone.
Metà dei bovini del mondo, peraltro, vive fuori dalle stalle: l´allevamento all´aperto, a base di erba, su appezzamenti, normalmente, poco adatti alla coltivazione, taglia tutta la fase delle emissioni di gas serra, legata alla produzione dei cereali. In più, al contrario dei mangimi a base di soia o granturco, invece di sottrarre cibo all´uomo, ne aggiunge: il bovino allevato all´aperto trasforma in proteine mangiabili l´erba, che noi non possiamo mangiare. I vantaggi non si fermano qui e riguardano direttamente le emissioni di CO2. Un recente rapporto dell´Union of Concerned Scientists sottolinea che i pascoli sottraggono anidride carbonica dall´atmosfera e la immagazzinano nel suolo, al ritmo di una tonnellata di anidride carbonica per ettaro. Il pascolo risulta tanto più efficace, sotto questo profilo, quanto più è ricco di piante leguminose, che migliorano la qualità dei foraggi e diminuiscono le emissioni di metano. Secondo il rapporto, una corretta gestione dei pascoli le può ridurre fino al 30 per cento. È l´alternativa suggerita dall´Environmental Working Group ai carnivori impenitenti. Bistecche e formaggi ottenuti in questo modo costano - è vero - di più. Probabilmente, quello che il vostro portafoglio ha risparmiato con il venerdì di magro.