GIANNI ROMEO, La Stampa 4/8/2011, 4 agosto 2011
Addio a Pavesi, l’olimpionico più vecchio - In ottobre avrebbe tagliato il traguardo dei 101 anni
Addio a Pavesi, l’olimpionico più vecchio - In ottobre avrebbe tagliato il traguardo dei 101 anni. Evidentemente possedeva geni di prima scelta che l’hanno aiutato a vivere a lungo. E l’avevano aiutato, in gioventù, a tagliare un altro traguardo: quando non aveva ancora compiuto i 22 raggiunse il top dello sport, due medaglie d’oro ai Giochi nel ciclismo. Parliamo di Attilio Pavesi, fino a ieri il più vecchio olimpionico vivente, l’ultimo testimone diretto di quella che è passata alla storia come «l’Olimpiade degli italiani». Perché a Los Angeles 1932 la squadra azzurra, 102 atleti tutti rigorosamente uomini, le atletesse ancora nel ghetto, conquistò 36 medaglie, 12 d’oro, e fu seconda nella classifica per nazioni dietro soltanto agli Stati Uniti. Un risultato mai più raggiunto. Grazie a nonno Pavesi che ieri ci ha lasciati, primo nella 100 km individuale a cronometro e nella classifica a squadre della stessa corsa; grazie anche ai campioni dell’epoca, nomi leggendari e scolpiti nella storia come Luigi Beccali, vincitore dei 1500 metri, o come Romeo Neri, tre ori, un mito della ginnastica. È curiosa la vicenda di nonno Attilio, fin dall’inizio. Perché il giovanotto piacentino di Caorso, gran passione per la bici, già a 16 anni tesserato per la Robur Piacenza, non faceva mistero di voler partecipare ai Giochi. Per conquistarseli si era presentato alla qualificazione di San Vito al Tagliamento, aveva pedalato come mai prima. Ma verso la fine della gara una spettatrice di troppo buon cuore, per rinfrescarlo, gli aveva gettato dell’acqua dimenticando di trattenere il secchio. Era caduto, non si era arreso, ma al traguardo era quinto. Le sue evidenti qualità non erano sfuggite, però, e Pavesi si guadagnò la convocazione come riserva. Poi in extremis titolare. Raccontava tempo fa una sua nipote, Maria Regina, che quando Attilio ricevette a Los Angeles, come tutti gli altri atleti, il telegramma di Mussolini gonfio di paroloni d’incitamento alla vittoria, per l’Italia e per il fascismo, si convinse d’essere l’unico destinatario del messaggio. Perciò aveva dato l’anima, sentendosi addosso durante tutta la corsa gli occhi del Duce. Un doping a buon mercato, a quell’epoca... Che lo fece volare, percorse i 100 km in meno di due ore e mezza, media 40,514. Se pensate alle bici di allora capirete che impresa fu. Ma va detto ancora cosa fece poi. Perché nel 1937 attraversò di nuovo l’oceano con lo stesso Conte B i a n c a m a n o che l’aveva portato ai Giochi, questa volta destinazione Buenos Aires, per partecipare a una «Sei Giorni». Si trattenne mesi, i venti di guerra mondiale già soffiavano e gli impedirono di trovare posto per il viaggio di ritorno in Italia. Pavesi non si perse d’animo. Si stabilì a Saenz Pena, non lontano dalla capitale, aprì un negozio di biciclette, organizzò corse in bici, si sposò. E l’Argentina divenne la sua seconda patria. A Caorso aveva provato a tornare a 93 anni, in una casa di riposo, ma pochi mesi dopo aveva ripreso, questa volta per sempre, la strada del Sudamerica. In Brasile la chiamano la «saudade», lui pur con qualche rimpianto per le colline piacentine dove aveva dato le prime pedalate non resistette al richiamo della seconda patria.